Oggi, come 80 anni fa, c’è chi afferma di voler salvaguardare “la razza bianca a rischio”. Ma se nel 1938, anno in cui il Fascismo promulgava in Italia le Leggi razziali, “non era una bestemmia credere nella razza perché ci credevano più o meno tutti”, nel 2018 lo è. Perché nel frattempo la genetica ha dimostrato che le razze umane non esistono, erano solo l’invenzione di qualche scienziato di “terza categoria”, come quelli che firmarono il Manifesto della Razza voluto da Mussolini. Classificare gli uomini in gruppi è impossibile. Lo spiega al fattoquotidiano.it Guido Barbujani, genetista e professore all’università di Ferrara, autore di 146 articoli su riviste internazionali e di sei saggi divulgativi: “Ognuno di noi ha il 99,9% del dna e un parente in comune con qualsiasi altra persona sulla Terra”. E probabilmente Attilio Fontana, leghista candidato a guidare la Regione Lombardia, non sa che la pelle bianca che lui vuole salvaguardare dall’immigrazione, non sarebbe mai esistita proprio senza i fenomeni migratori: “Gli studi genetici fatti sulle ossa fossili preistoriche dimostrano che se 7-8mila anni fa i migranti provenienti dal Medio Oriente e dal nord della Russia fossero stati bloccati, oggi in Europa saremmo tutti quanti scuri“.

Partiamo da un concetto. Le razze umane esistono?
No, nell’uomo non ci sono le razze. C’è una grande variabilità e, come diceva l’antropologo americano Frank Livingstone – che nel 1962 fu il primo a pubblicare un articolo sulla non esistenza delle razze umane – le differenze ci sono, ma sono come sfumature in una tavolozza in cui non c’è mai una soluzione di continuità. Oggi grazie alla genetica abbiamo capito che ognuno di noi ha in comune con una qualunque altra persona sulla Terra il 99,9% del suo dna.

Nel suo libro “L’invenzione delle razze” scrive infatti che ognuno di noi ha un parente in comune con qualsiasi altra persona sulla Terra.
Sì, è uno studio che hanno fatto degli americani. Stavano cercando di ricostruire le genealogie umane sulla base del dna e sono arrivati a capire che se torniamo indietro di 3mila anni circa mediamente troviamo un parente in comune con chiunque sulla Terra.

Quindi si può dire che siamo tutti africani?
Esatto, e non è una provocazione. Siamo tutti quanti figli di un gruppo molto piccolo di persone che 100mila anni fa è uscito dall’Africa e ha colonizzato la Terra. E’ una ricostruzione fedele della nostra storia.

E si può dire anche che siamo il frutto di tante migrazioni?
È quello che sto tentando di dimostrare con il mio ultimo libro, Il giro del mondo in 6 milioni di anni, scritto con Andrea Brunelli. Le migrazioni che tanto preoccupano oggi non sono altro che la prosecuzione di una storia cominciata 6 milioni di anni fa quando fu fatta la prima migrazione: dagli alberi alla terra.

Perché allora si usa ancora il termine razza?
Ci hanno spiegato che deriva da una parola francese, haraz, che si riferiva ai discendenti di uno stesso stallone, quindi si usava in ambito equino. E poi è passata a indicare un gruppo di animali, di piante, di persone, che si assomigliano tra di loro. E questo è proprio il problema: nell’uomo questi gruppi non si possono distinguere a livello biologico. Dal ‘700 in poi sono stati proposti tantissimi cataloghi e non ce ne sono due che indichino lo stesso numero di razze e la stessa definizione. La stessa persona, se classificata dal punto di vista della pelle finisce in una razza, in base a certi test del Dna finisce in un’altra razza e guardando al gruppo sanguigno ancora in una terza razza. È un sistema che non è coerente e la scienza invece richiede coerenza.

E quali erano allora le basi scientifiche che esattamente 80 anni fa portarono alle Leggi Razziali?
Gli scienziati che hanno firmato il Manifesto della Razza – il documento che aprì la strada alla promulgazione delle Leggi Razziali – non sapevano quello che dicevano, erano dei pessimi scienziati. E basta leggere il manifesto per capirlo: dopo aver detto che le razze esistono, quando devono definire la razza italiana, danno quattro definizioni diverse in quattro righe diverse. Secondo loro siamo ariani, quindi appartenenti a un gruppo che comprende anche buona parte dell’Asia, poi siamo italiani, due righe più sotto diventiamo mediterranei occidentali e nell’ultima riga siamo europei. Un pasticcio indecente. Erano scienziati di terza categoria che hanno firmato quel documento solo per compiacere Benito Mussolini.

Però oggi…
Oggi si sente ancora parlare di “razza italiana”, come ha detto l’esponente del Pd Patrizia Prestipino questa estate, o di “razza bianca”, un concetto espresso da Attilio Fontana, candidato del centrodestra alla Regione Lombardia, solo alcuni giorni fa.

Ma la preoccupazione di Attilio Fontana di bloccare l’immigrazione perché salvaguardare la razza bianca ha qualche fondamento?
Le posso raccontare questo. Grazie agli studi genetici fatti sulle ossa fossili preistoriche, oggi sappiamo che gli europei fino a 7mila anni fa non avevano affatto la pelle bianca. Avevano la pelle scura e gli occhi azzurri. E la pelle chiara è arrivata con due ondate migratorie: una dal Medio Oriente e una dal nord della Russia. Insomma, niente migrazione, niente pelle bianca in Europa. Se 7-8mila anni fa i migranti fossero stati bloccati, oggi saremmo tutti quanti scuri. E questo è un dato di fatto.

Secondo Lei queste affermazioni sono frutto di ignoranza o di una consapevole strumentalizzazione?
Un po’ tutte e due. Però Fontana si è vantato dopo le sue esternazioni perché il suo consenso è aumentato: vuol dire che c’è chi punta decisamente a buttarla sul razzismo per far breccia in un elettorato che ha bisogno più di un nemico da odiare che di un ragionamento da seguire.

E perché la gente non capisce che le razze non esistono?
Io penso che sia perché in realtà in questi discorsi la genetica c’entra molto poco. Chi fa discorsi razzisti sta dicendo che secondo lui ci sono delle persone che possono essere discriminate in base al colore del pelle, al passaporto. “Padroni a casa nostra” significa non voler fare i conti con la complessità del mondo in cui viviamo. È chiaro che costa fatica vivere con persone che hanno abitudini e costumi diversi. Ma finché nel mondo esistono le disuguaglianze economiche ci sarà sempre gente che cercherà di venire qui da noi. I muri non pagano, perché la gente continuerà a venire.

Quindi come si può smettere di essere razzisti?
Partendo dalla consapevolezza che abbiamo tutti dei pregiudizi. Io una volta in Kenya mi sono ritrovato con una gomma a terra. C’erano 40 africani intorno a me e io ho chiesto aiuto all’unico bianco in circolazione. Il punto è cercare di mettersi nei panni degli altri. Ho vissuto anche tre anni in America e mi ricordo cosa loro pensano degli italiani: sono sessisti, mettono le mani nel culo delle donne. Forse la cosa migliore per abbassare il nostro livello di razzismo sarebbe viaggiare e misurarci con i pregiudizi che circolano su noi italiani. Quelli ti fanno capire cosa significa sentirsi discriminati.

E se dovesse spiegare questi concetti a un bambino?
A un bambino non spiegherei per esempio che abbiamo il 99,9% del Dna in comune. Cercherei di sottolineare che siamo tutti diversi ma che questo non significa che guardando una persona si riesca a capire chi è migliore e chi peggiore.