Doppio passo, un passo di Samba, una risata coi dentoni alla Alberto Sordi ne I Nuovi Mostri. Ronaldinho appende le scarpine al chiodo. Centrocampista offensivo, ala, tornante, occasionale puntero. Giocatore di fantasia e d’attacco. Sempre. Nella propria area di rigore probabilmente non è mai stato avvistato. Velocità, astuzia, e tecnica superba, Ronaldo de Assis Moreira da Porto Alegre, 37 anni compiuti, 167 gol in carriera, dopo 17 stagioni ha detto basta. In modo sommesso, senza troppe urla che, tra l’altro, in campo non hai mai fatto. Gli ultimi due campionati, quello in Messico al Queretaro nel 2014, e l’ultimo misero misero di ritorno in Brasile nel 2015 alla Fluminense, sono stati una simpatica scampagnata da star in passerella. Lontano dai riflettori del Campo Nou ma pur sempre con un paio di comparsate sullo storico prato dello stadio Atzeca a Città del Messico con tanto di standing ovation dei tifosi avversari. Ronaldinho in 25 partite messicane è pur sempre finito in tabellino otto volte e si è preso pure del “macaco”. Colpa di un politico locale piuttosto razzista, tal Carlos Trevino Nunez, che ce l’aveva in senso stretto con il “circo del calcio” da lui detestato perché “la gente inonda le strade e ci ingorga il traffico facendoci arrivare tardi a casa”.

E Ronaldinho di questo circo calcistico, anzi di questo calcio con numeri da circo, ne è stato un emblema assoluto. Dalle partite col Gremio a quelle con il Flamengo, passando per il PSG. Con quel corpo elastico e flessuoso, anche, bacino e quadricipiti a disegnare continui dribbling ubriacanti. Non che fosse un piccoletto, una pulce argentina alla Messi o alla Maradona. Tanta roba, infatti, quell’1 e 81 in altezza non proprio alla Rui Barros. La bellezza e il fascino del brasiliano danzante che è andata oltre la robusta prepotenza del quasi omonimo Ronaldo. Ronaldinho “Gaucho” prima per distinguersi dal primo Ronaldinho che fu proprio Ronaldo, infine senza quel soprannome da brasiliano meridionale, ha fatto dello scarto e della finta sull’avversario una questione filosofica. Ha reso la logica traiettoria di un qualunque tiro dal limite dell’aerea una sciarada impossibile da decifrare. Inutile tornare nell’anno di grazia 2005. Quello del Pallone d’Oro, quello dalla standing ovation dei tifosi del Real Madrid dopo la doppietta rifilata alle “merengue”. C’è un match contro il Chelsea di Mourinho dove Ronaldinho fa un goal da cineteca. Riceve una palla al limite dell’area. Si ferma. Tiene giù il piede sinistro. Punta il destro a terra. Poi ruota la caviglia spostando il tallone a destra e sinistra. Ed è lì che scatta la magia. Perché l’avversario si mette a guardare il movimento del piede e non più la palla. E mentre il difensore rimane intontito, o ipnotizzato, fate voi, Ronaldinho pensa con tutta calma in che punto colpire il pallone.

“Ho pronti 100 milioni per Ronaldinho”. Così lo acquista il Milan di Silvio Berlusconi nel 2008. Il presidente e Galliani diventano i suoi papà italiani. E il figliolo con codino alla Baggio e fascetta nera a reggersi l’immensa massa di capelli regala ai due genitori putativi un gol nel derby che ancora San Siro se lo ricorda. Ronaldinho trotta veloce verso metà campo, lancia ad aprire sulla destra, praticamente nell’area di rigore per Kakà, che ricambia il favore con un cross in mezzo all’area dove il brasiliano svetta di testa come fosse Aldo Serena. Dieci i gol nella prima stagione rossonera, quindici nella seconda, sempre con Ancellotti in panchina, poi una mezza stagione con Allegri che tutta quella esuberanza, quell’allegria, quella fantasia, al posto di una delle meccaniche pedine dei suoi schemi non sembra amarla particolarmente. Un po’ come quel Guardiola che dalla panchina del Barcellona preferì coltivare il talento Messi e di togliersi di torno il Gaucho. Poteva farsene molti di più di anni in Spagna sul Camp Nou, Ronaldinho. Calciatore senza epigoni, cloni, imitatori. Nemmeno Neymar è suo erede. Semmai è il campione del mondo 2002 l’ultima traccia indelebile di quel calcio brasiliano che incantò il mondo dagli anni Cinquanta ai Novanta. La magia del mito che si sfoglia negli archivi della memoria. Giocare un calcio sublime con il sorriso stampato sul viso.