La libertà di espressione ha un prezzo. E lo sanno bene i giornalisti di Charlie Hebdo che dopo aver pagato con la vita sono costretti a vivere come in un bunker. A loro spese. Una esistenza e un lavoro in gabbia a tre anni dalla strage nella redazione di Parigi. Il direttore Riss nel suo intervento nel numero speciale per ricordare quando quasi tutto il mondo scriveva #jesuischarlie deplora le condizioni di massima sicurezza in cui il giornale si trova costretto a vivere per scongiurare un nuovo attentato come quello del gennaio 2015. Equipaggiamenti costosi e pesanti, con un servizio di agenti privati a presidio della redazione situata in un luogo tenuto top secret nella capitale francese.

“Questi investimenti e questa protezione – spiega Riss nel numero speciale- hanno un prezzo. Tutto compreso, arrivano tra 1 e 1,5 milioni di euro all’anno, interamente a carico del giornale”. Questo, ha aggiunto, significa che la redazione deve vendere almeno “800.000 copie all’anno” solo per finanziare la sua sicurezza. Insomma, oltre una copia su due serve oggi a mettere in sicurezza la sede del giornale e si ignora se questo sistema potrà reggere ancora a lungo. Di qui, l’amara constatazione del direttore, secondo cui la libertà di espressione è diventata un vero e proprio “prodotto di lusso“, incluso in un Paese democratico come la Francia. E ancora: “Fino a quando Charlie potrà sostenere un tale peso finanziario? Nessuno può dirlo”.

In prima pagina dell’edizione speciale è disegnata la porta di un bunker da cui spunta timidamente il volto di un redattore di Charlie. “Il calendario dell’Isis? – afferma – Abbiamo già dato…”. Il tutto corredato dalla scritta: “Tre anni in una scatola di conserve”. Dal 7 gennaio 2015, giorno del devastante attentato perpetrato dai fratelli Kouachi nell’ex redazione della Rue Nicolas Appert, il settimanale continua ad essere oggetto di regolari minacce e intimidazioni. Diversi giornalisti di Charlie vivono sotto scorta della Police Nationale, “finanziata – afferma Riss – dalle tasse a cui contribuiamo tutti”. Nonostante ciò, un altro redattore, Fabrice Nicolino, rivolge un editoriale a Emmanuel Macron nel quale chiede maggiore sostegno da parte dello Stato. “Non conduciamo una vita normale”, deplora il giornalista nel lungo articolo, chiedendo solennemente al presidente di agire per Charlie. Quel 7 gennaio 12 persone –  tra cui matite e volti no del giornale come l’ex direttore Charb e i disegnatori Cabu, Wolinksi, Honoré e Tignous – morirono sotto i colpi di kalashnikov dei Kouachi e oggi si terranno le commemorazioni ufficiali in un clima molto diverso da quello che si respirava nel 2015.

Tre anni fa l’attacco contro Charlie Hebdo inaugurava una serie di attentati che da allora ha provocato in Francia 241 morti, passando per la notte del Bataclan, il camion sulla folla a Nizza e il prete sgozzato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino Rouen. A tre anni di distanza da quell’assalto che portò nel cuore dell’Europa le tecniche di attacco fino a quel momento viste in scenari di guerra lontani e in cui furono uccise 12 persone, i francesi si sentono però sempre meno Charlie.