Cara Befana,

ti chiedo di farmi trovare nella calza, anche vecchia e rammendata, una “fiammante” class action (nel senso che lanceremo fiamme e fulmini giuridici) contro la Telecom. E’ una buona causa per tutti coloro che come me sono stati bidonati. Uniti e bidonati, questo potrebbe essere il nostro slogan. Lo sai, Befana mia, io parto sempre dal nobile principio che quello che succede a me non vorrei succedesse ancora. Racconto la mia odissea (ma non è solo mia).

Cambio casa, zona Porta Venezia, e decido di regalarmi la fibra ottica. Stufa di “scippare” la linea del buon vicino, il couturier Antonio Riva, mi rivolgo alla Telecom. Mi fanno firmare un contratto che prevede tutte le meraviglie del mondo high tech, poco ci manca che mi spediscano anche sulla luna. Vengono a casa, in due tappe diverse, cinque tecnici “super smart” per installarmi il modem “smart” più linea telefonica con numero fisso che non avevo richiesto. Giustificazione deboluccia la loro: il palazzo storico (o vecchio, fate voi) non può ospitare la fibra ottica. Ma come, i miei vicini di casa, gli stilisti Antonio Riva e Michel Koors, ce l’hanno e io non posso averla? Intanto loro, tecnologicamente corazzati, “cannibalizzano” la mia giurassica e poco “smart” Adsl. Ovviamente decido di annullare il contratto.

Per legge, ho 14 giorni di tempo per farlo. Il mondo gira in digitale, ma per la disdetta devo fare la fotocopia della carta d’identità, mettermi in fila alle Poste e mandare una raccomandata alla Spett. Telecom Italia Spa, casella postale bla bla bla… con tanto di ricevuta di ritorno (costo 7 euro) per annullare il bidone digitale. Pensavo di aver chiuso la partita. Invece da sei mesi, ogni mese, mi arriva una bolletta di un servizio che (ribadisco) non ho mai richiesto, né utilizzato. Volevo la fibra ottica, mi hanno rifilato il rame.

L’ultima bolletta è di 228 euro. Come zabaione sul panettone, poco prima di Natale, mi arriva anche la telefonata minacciosa a nome di una società di recupero crediti (codice operativo 86761). Si presenta così l’anonima voce dall’accento rumeno. Già, perché la nostra cara Telecom assume personale in Romania per pagare lì tasse tra le più basse d’Europa, lasciando a spasso i nostri disoccupati. Ma non sono la sola vittima della fregatura confezionata dalla Telecom, proviamo, allora, a moltiplicare il mio danno (e il loro guadagno illecito) per qualche migliaia di migliaia di utenti come me raggirati.

Da qui il mio basta, non ne posso più. Uniamoci in una class action e suoniamogliele. E non con il coro dei pastori.

E’ il 20 novembre, mi trovo a bordo della nave Palermo-Napoli. Mi arriva un sms dalla Tim per offrirmi accesso a Internet durante la navigazione. Malgrado il mio non-consenso, sbarco a Napoli e mi trovo il credito esaurito. Se almeno mi fossi guardata un film porno mi sarei divertita di più, invece ho dormito come un’ancora sul fondo. Vado da un dealer (si chiamano così) di Piazza Trieste e Trento, il quale, attraverso triangolazioni telefoniche, parla con un numero sempre in Romania e alla fine, bontà loro, mi restituiscono 20 euro. E se non me ne fossi accorta? Come era già successo quest’estate, sulla rotta in nave Napoli-Eolie, mi sono ritrovata con il credito dimezzato. Ho incolpato i figli di aver usato il mio cellulare a mia insaputa.

Ancora: la fatturazione a 28 giorni è stata considerata non conforme alla legge. Le compagnie telefoniche sono costrette a pagare una multa salatissima. Ma sempre di gran lunga inferiore a quello che hanno guadagnato ai danni del consumatore. Abolita il 14 novembre, perché continuiamo a pagare le bollette a 28 giorni? E perché a noi utenti non ci restituiscono il maltolto?
Se non sbaglio era il filosofo Thomas Hobbes che diceva Homo homini lupus (l’uomo è lupo in mezzo agli uomini). Ed eravamo nel Seicento.

E se il futuro è firmato Telecom, come recita il loro slogan, preferisco ritornare alla clave. Caro Agcom (autorità per la garanzia nelle telecomunicazioni), perché non scendi dalle stelle e ti metti davvero dalla parte del consumatore? Facci anche tu un bel regalo. Anziché portare solo oro e incenso alle compagnie telefoniche. Ha ragione Massimo Fini, il “talebano” del pensiero libero: “La tecnologia è più pericolosa dell’Isis”. Gli avvocati Ilaria Barbierato e Olindo Preziosi decideranno quale iter del diritto civile e penale intendono intraprendere. Per non farci più abbindolare dalle false stelle comete.