Aldo Grasso ha sostenuto, qualche mese fa, che la “la Rai non ha una linea editoriale riconoscibile, è solo un network come tanti altri. L’idea di servizio pubblico era legata alla Tv delle origini… è venuto il momento di infrangere il tabù. Chiudere Viale Mazzini e rifondare la Rai: più piccola, più orientata, più professionale. Sono sempre più convinto che questa sia l’unica strada praticabile”.

La domenica sera va in onda su Raitre un bel programma, “I dieci comandamenti”, condotto con elegante discrezione da Domenico Iannaccone; segnalo in particolare la puntata (si può rivedere su Raiplay) del 10 dicembre dedicata al musicista Ezio Bosso. Cito questa programma come esempio per dire che la Rai ci stupisce per la qualità di alcuni suoi programmi. Purtroppo non è la normalità!

I buoni programmi sono spesso relegati in orari non comodi, non sono adeguatamente promossi, e “nascosti” dalla massa dei programmi che hanno una caratura prevalentemente commerciale, costruiti cioè con la principale preoccupazione di raggiungere il massimo degli ascolti e non il massimo gradimento del pubblico. Per molti la Rai si è omologata agli altri operatori privati, “è un network come tanti altri” e ciò rende problematico giustificare il pagamento del canone. Non a caso la pubblicità ormai spadroneggia nella programmazione, è la guida vera del palinsesto come avviene per qualsiasi Tv commerciale.

In effetti la Rai è, fra i servizi pubblici europei, quello che attinge maggiormente alla pubblicità. La BBC, che non trasmette la pubblicità, si avvale del canone e di un fiorente settore commerciale incentrato sulla vendita dei programmi (potendo contare su un mercato di dimensione globale grazie anche all’ampia diffusione della lingua inglese). I due servizi pubblici tedeschi, ARD e ZDF, hanno limitati ricavi pubblicitari (il massimo di spazi pubblicitari è di 30 minuti al giorno e la pubblicità è vietata la domenica). La Rai può trasmettere il 12% orario di pubblicità e le Tv commerciali il 18%.

La Rai è quindi la più “commerciale” fra i servizi pubblici europei.

Come porre rimedio alla deriva commerciale della Rai?

La soluzione è quella di separare le due “anime” che convivono in Rai, quella di servizio pubblico e quella commerciale, dove quest’ultima tende a prevalere nelle scelte di programmazione proprio per acquisire più pubblicità così da competere al meglio nel mercato.

Si potrebbe riprendere la vecchia idea prevista dalla legge n. 249/1997 (detta anche “legge Maccanico”) che prevedeva una rete (Raitre) senza pubblicità. Il progetto non andò in porto, anche perché l’arrivo del digitale terrestre aveva reso “obsoleta” la stessa legge (che prevedeva la riduzione a due reti per ciascun operatore privato mentre il digitale ampliava a dismisura le frequenze). Con la possibilità che tutte le energie si riversassero sulle reti “commerciali” e poche sulla rete senza pubblicità.

Un’altra soluzione potrebbe essere quella di separare le due Rai: creare una Rai-commerciale, che si avvalga in prevalenza della pubblicità, potendo contare sugli stessi affollamenti dei privati cosicché il mercato diverrebbe più concorrenziale, e una Rai-servizio-pubblico finanziata dal solo canone, “più orientata e più professionale”.

Avremo occasione di approfondire l’argomento. Ritengo comunque che convenga ancora puntare su un vero servizio pubblico.

La televisione è composta da tre modelli, dalla Tv commerciale, dalla Tv a pagamento e dal servizio pubblico. Ognuno di essi ha pecche e prerogative, confermate dalle nostre scelte serali. Fra queste scelte non dovrebbe mancare quella di un vero servizio pubblico, orientato alla qualità.