Gli stadi in mano ai clan. Un tifoso su tre che ha precedenti penali. I gruppi ultras fondati solo dopo che dalla Calabria è arrivato il via libera. E poi biglietti e merchandising in mano allo ‘ndrine. Ma anche personaggi legati al clan dei casalesi che decidono di comprarsele direttamente le società. Senza dimenticare, ovviamente, quelli che dovrebbero essere i protagonisti di questa storia: i calciatori. Corteggiati dai mafiosi, in qualche caso ci diventano talmente amici che arrivano a chiedere dei “favori“. Cortesie poi finite dentro le aule di tribunale. Oppure sono costretti ad aprire il portafogli e contribuire alle “spese processuali” della famiglia. È l’altra faccia del calcio italiano. Un volto marcio e fortemente compromesso con le associazioni criminali di questo Paese. E solo apparentemente lontano dai talk show domenicali e dagli stipendi milionari di Icardi e Higuain. Sì, perché i legami tra lo sport più amato del mondo e le piovre italiane non si esauriscono in curva: al contrario i tentacoli delle mafie sono arrivati in certi casi dentro le società.

A scriverlo è la commissione Antimafia in una dettagliata relazione di 99 pagine. “Fatti emersi dalle indagini indicano come il crimine organizzato intuisce nel calcio e nelle attività collegate ghiotte opportunità per ampliare i traffici illeciti e i canali di reinvestimento dei capitali sporchi, nonché per insinuarsi in maniera strisciante e pervasiva nel tessuto sociale”, annotano da Palazzo San Macuto dopo aver ascoltato investigatori, magistrati e addetti ai lavori. Mesi di audizioni per arrivare a tratteggiare l’anima nera del pallone nostrano. Diventato un business anche per le mafie e non solo a livello economico. Le associazioni criminali, infatti, hanno capito da tempo un dettaglio fondamentale: essendo il calcio di gran lunga lo sport più popolare d’Italia, amministrarlo consente di accrescere il proprio consenso sociale. E le mafie senza consenso sociale neanche sarebbero mai esisitite. 

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