#ilcontastorie

Questa è la vera storia di come sono riuscito a sopravvivere a Marco Cappato. Era una bella giornata di aprire, la primavera era appena sbocciata e io stavo andando incontro al mio atroce destino. Quel giorno dovevo partecipare attivamente a un evento, che aveva come ospite d’onore, appunto, nientepopodimeno che Cappato: e io ero convinto che l’avrebbe fatto, che mi avrebbe portato in Svizzera.

L’incontro era organizzato da Civicamente (la lista civica per la quale mi sono candidato alle scorse elezioni comunali di Monza), che per mettermi fuori dai giochi si inventarono questo “convegno”. Credevano che bastava il cattivo Cappato (il “Gargamella” dei disabili), capace di convincere chiunque a compiere l’insano gesto, ma fortunatamente non hanno fatto bene i conti. Perché sono scampato a Cappato e perché sono ancora qui, almeno per il momento.

Sono le 15.15 e lui è in ritardo: “E vai non viene, di certo mi teme”, penso con un sorriso più ampio di quello del Silvio più famoso d’Italia. Invece proprio in quel momento fa il suo ingresso, e dal mio viso il sorriso prende un’altra strada: arriva e si accomoda lontano da me. Poi mi scorge e si sposta, mettendosi al mio fianco: “Ci siamo, è stato bello vivere”, è il mio primo e forse ultimo pensiero. #cheansia

Cerca di fare il gentile e si presenta al mio cospetto: “Piacere Marco”- e certo, per te è un piacere. Allora da finto coraggioso e da vero bugiardo rispondo: “Piacere mio, Nicolò”. #cheansia

Si siede e Paolo Piffer (il candidato sindaco della lista, sì il cognome è tutto un programma) lo chiama, Cappato allora si sporge in avanti e cominciano a parlare delle mezze stagioni che non ci più. Poi nel tirarsi indietro il mio temibile vicino colpisce con una gomitata la carrozzina: essendo empatico con quest’ultima, sento profondo dolore e non posso far altro che pensare: “Ecco, cambia già atteggiamento!”. #cheansia

L’evento prende il via, apre le danze Piffer, che poi passa il testimone a Cappato: fa il suo intervento e, tra le righe, mi lancia inquietanti messaggi. Dopodiché arriva il mio momento: terrorizzato dalle parole e dalle velate minacce del mio predecessore comincio. L’intervento – mannaggia a me – si basa proprio sulla presa in giro del terribile accompagnatore di disabili in Svizzera – #checoraggio -, ma lui sembra apprezzare e anche di gusto. Ride e lo fa diverse volte: “È fatta”, mi dico, mentre realizzo: “Le battute mi salvano sempre!”. #cheserenità

Si susseguono altri interventi, e io mi convinco di essere salvo per sempre. Tutto bene quel che finisce bene e l’evento “Civicamente incontra Cappato” volge al termine. Allora l’ospite d’onore si alza – beato lui che può – e mi rivolge la parola: “Grazie Nicolò, è stato un vero piacere averti conosciuto. Ci vediamo!”.

Come “ci vediamo”? Ancora? “Ma non dovevamo vederci più?”! Fu così che il terrore riprende possesso della mia mente, che rassegnata si riconsegna a questo hashtag: #cheansia. Allora e solo allora capisco il suo sporco gioco: fingersi amico (questo spiega perché rideva alle mie battute, che mica fanno ridere), per poi instillarmi il dubbio: hanno ragione i suoi detrattori, è il diavolo in persona.

Perché l’obiettivo è evidente: tenermi perennemente in ansia e a tradimento colpirmi, del resto la Svizzera è dietro l’angolo! E intanto il biotestamento è legge… finalmente, dirà lui, e quanto a me: #aiuto!

Ci vediamo a metà gennaio, buon Natale a tutti

The end

Campagna di sensibilizzazione per affermare che il disabile ha capacità decisionali, a prescindere dalla possibilità o meno di potersi muovere

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