“Dal tuo sequestro, il nostro mondo è stato testimone di una rapida decadenza morale, politica e legale”, scrive Yassin Haj Saleh, intellettuale e giornalista siriano, in una delle lettere che ha indirizzato alla moglie Samira Khalil, attivista siriana, sequestrata a Douma, nella Ghouta orientale, il 9 dicembre 2013. Insieme a lei, vennero rapiti anche l’avvocatessa Razan Zaitouneh, a capo del centro per le documentazioni delle violazioni in Siria, Wael Hamada e Nazem Hammadi. Il loro lavoro consisteva nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in Siria, come il conteggio dei morti, degli scomparsi o dei feriti. In particolare, Zaitouneh, vincitrice di diversi riconoscimenti internazionali, come il premio Sakharov Prize for Freedom of Thought, assegnatole nel 2011 dall’Unione Europea, coordinava il gruppo nelle loro attività di ricerca.

Un’attività fondamentale che, appena un mese dopo la loro scomparsa, ha costretto le Nazioni Unite a fermare il conteggio delle vittime della guerra in Siria a causa della limitata capacità di accesso alle fonti sul terreno. Rupert Colville, portavoce dell’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu, nel 2014 aveva spiegato che “nell’ultimo anno, si erano abbassate a due o tre” le fonti sulle quali fare affidamento, così “abbiamo semplicemente sentito che non era più possibile per noi continuare nello stesso modo” le attività di catalogazione e aggiornamento.

A oggi la situazione non è cambiata. E il destino del gruppo dei quattro attivisti rimane incerto. Finora l’identità dei sequestratori non è mai stata accertata, anche se si sospetta del gruppo armato dell’Esercito dell’Islam, milizia salafita siriana che dal 2012 ha preso il controllo della piana. Il gruppo, secondo analisti finanziato dall’Arabia Saudita, era stato fondato da Zaharan Alloush, fondamentalista siriano, rinchiuso fino al 2011 nel carcere di Saidnaya, vicino a Damasco, prima di essere liberato nel dicembre dello stesso anno grazie a una amnistia presidenziale.

Dalla scomparsa della Khalil, scrive il marito nelle lettere che le ha inviato, pubblicate tradotte anche sul quotidiano francese Le Monde, “sono ritornato a essere il nomade che ero”. Infatti, Haj Saleh, incarcerato per sedici anni nelle prigioni siriane a causa del suo attivismo nel movimento comunista del paese mediorientale, vive esiliato a Istanbul: è ricercato dai fondamentalisti e dal governo di Damasco a causa della sua attività editoriale.