Marica Ricutti, lavoratrice Ikea di Corsico a Milano, è stata licenziata in tronco dal colosso svedese  ed è finita su tutti i giornali. Ne parla anche la Bbc.

Madre di due figli di cui uno disabile, ha diritto per quest’ultimo “dettaglio”, a usufruire dei permessi retribuiti e delle agevolazioni che la legge 104/92 sancisce per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con handicap gravi. “Agevolazioni” che nessuno vorrebbe richiedere e da madre sono certa del tremore della mano di Marica mentre firmava le pratiche per usufruire di quei permessi.

Marica è una donna, è una madre, separata, ed è anche una lavoratrice. E io ho questa brutta abitudine di ragionare in termini costituzionali, oltre che emozionali; è che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Lo sancisce l’articolo 4 della nostra Costituzione. In Ikea è un algoritmo a stabilire periodicamente i turni di lavoro. Marica – che non è uno dei loro cubi assimilabili geometricamente ad altri cubi della stessa misura, in tutte le posizioni, disallineati o in fila, a terra o appesi, che ormai non sanno più come proporceli – a questo giro, dopo 17 anni di lavoro e crescita professionale, fa presente più volte di non poter rispettare quella variazione di orario. Non più, non oggi, non con i due figli che ha messo al mondo, di cui uno più bisognoso dell’altro. “Inoltre l’azienda non ha mai risposto a una sua richiesta di incontro per spiegare i suo problemi” mi fa sapere Massimo Cuomo della Filcams Cgil di Milano, che segue la lavoratrice a livello sindacale.

Ma Ikea la licenzia: “Si è autodeterminata l’orario di lavoro” compromettendo quindi “il rapporto di fiducia”. Così si legge nel comunicato stampa con cui Ikea Italia tenta di difendere la decisione presa, tacciando la lavoratrice di assenteismo e attribuendo a Marica addirittura “gravi e pubblici episodi di insubordinazione”. Io credo che, in tempi duri come questi, in cui c’è disgregazione sociale oltre che tra lavoratori, non ci sia maggior smentita di quanto afferma l’azienda se non la solidarietà dei lavoratori stessi che da giorni arriva a Marica attraverso innumerevoli azioni da tutta Italia e non solo da negozi Ikea.

“Ikea è da sempre un’azienda sensibile e rispettosa delle diversità. Questo atteggiamento è frutto della consapevolezza che le differenze di genere, orientamento sessuale, provenienza, età e anzianità aziendale sono elementi di sviluppo culturale individuale e collettivo”. Eccolo, il pippone conclusivo del “family correct” o “all inclusive” (compreso il calcio nel sedere se l’algoritmo ti si ritorce contro) che il colosso svedese ci tiene a riproporre a chiusura del comunicato stampa.

Al loro pippone, da tempo ormai poco credibile, rispondo con i fatti: scioperi e stati di agitazione dei dipendenti Ikea da tutta Italia, compreso il presidio che si terrà il 5 dicembre davanti al negozio interessato di Corsico. Perché in un’epoca in cui si fa fatica a portare le persone in piazza, vedere lavoratori che senza pensarci troppo scioperano rinunciando a parte della loro retribuzione credo sia una prova schiacciante dell’ingiustizia commessa e del disagio che loro stessi vivono quotidianamente. Ed è proprio con un frammento di uno tra i comunicati di solidarietà  diramati dai lavoratori Ikea in questi giorni, che voglio dimostrare quanto ho sostenuto finora.

“Negli ultimi anni – dice il comunicato – non c’è stato verso di discutere con Ikea di quanto siano diventate insostenibili le condizioni di lavoro nei negozi (…) Eppure – prosegue il comunicato delle Rsu Ikea di Genova – nonostante il garbato marketing a brand Ikea, dai toni solidaristici e più che politicamente corretti, nei negozi, soprattutto nell’ultimo periodo, si sono susseguiti diversi casi, altrettanto gravi, riconducibili alla situazione subita dalla lavoratrice di Corsico; un’azienda senz’altro brava a dare lezioni di senso civico e fair play a differenza di come si comporta con i propri dipendenti nei punti vendita”. E questa non è la mia voce, ma quella dei suoi dipendenti che, oggi, ci mettono la faccia.

Tutti i lavoratori che si sono esposti in questi giorni, e che stanno scioperando, chiedono un’unica cosa alla multinazionale svedese: di “compiere un atto di giustizia” e ritirare il licenziamento. Ikea Italia ascolti, perché l’“insubordinazione” che attribuisce a Marica pare stia dilagando, e la strategia classica del “punirne uno, per educarne cento” pare non sia infallibile.

C’è sempre la “maglia rotta nella rete che ci stringe”, come diceva Eugenio Montale.

Solidarietà a Marica Ricutti.