Un silenzio assordante. Questa mi è parsa la reazione occidentale al rivoltante reportage della CNN che documenta la vendita all’asta di esseri umani in Libia. Se ne scriveva e se ne parlava da tempo, in realtà, ma il merito della tv statunitense sta nell’aver documentato con immagini e aver quindi reso vivida la scandalosa tragedia in corso al di là del Mediterraneo. Non possiamo più far finta di non sapere.

Eppure, qui in Italia non ho sentito che frasi di circostanza. Nessuno sdegno vero, profondo, nessuna protesta degna di tal nome. A Parigi migliaia di persone – quasi tutti francesi di origine africana – hanno manifestato subito il loro sdegno con un corteo che ha attraversato le vie della città al grido “Libérez nos frères”, liberate i nostri fratelli, per approdare davanti all’ambasciata libica (qui immagini amatoriali che rendono bene l’idea di ciò che è successo). In Italia, davanti alla rappresentanza dello Stato nordafricano, l’appuntamento è stato venerdì 24, ben dieci giorni dopo lo scoppio dello scandalo. E i presenti erano poche decine di persone, agguerrite ma pur sempre vergognosamente poche.

Ma soprattutto, voci forti e decise di condanna da parte dei nostri politici non le ho sentite. Davanti all’orrore di esseri umani all’asta, non c’è appartenenza politica che tenga: tutti, con una sola voce, dovrebbero – avrebbero dovuto – gridare semplicemente NO.

E invece, mentre il mondo intero si indigna, noi facciamo finta di niente. Forse è più comodo così. Troppo imbarazzante fare i conti con gli accordi della vergogna stretti dal nostro governo con lo “Stato” libico. Troppo sconvolgente fare i conti con immagini che ci riportano indietro di secoli. Giovani neri forti e muscolosi, adatti ai lavori pesanti, in vendita al miglior offerente. Non ci sono piantagioni di cotone, ma è come se i secoli non fossero passati, le Carte internazionali non fossero mai state firmate, i Diritti Umani fossero una chimera ancora di là da venire… Chi offre di più, signore e signori? Libia, anno domini 2017.

E mentre noi (non) ci indigniamo, qualcun altro agisce. Alcuni governi africani hanno richiamato i propri ambasciatori. Ma non solo: dopo aver annunciato il proprio profondo sdegno il governo del Ruanda ha fatto un passo in più, dichiarando di essere pronto ad accogliere 30mila migranti subsahariani detenuti in Libia in condizioni di schiavitù.

30mila esseri umani a cui offrire una seconda opportunità. Sì, avete sentito bene: quello ruandese ad oggi è l’unico governo al mondo ad aver fatto qualcosa di concreto. Ad aver offerto rifugio alle persone calpestate ed abusate in Libia. Un paese che – si legge sull’account Twitter del governo – proprio per la sua storia non può rimanere indifferente a quanto sta avvenendo.

La ministra degli Esteri Louise Mushikiwabo (tra l’altro, il Ruanda è il parlamento con la più alta percentuale di donne al mondo) ha affermato: “Il Ruanda è piccolo, ma troveremo posto!”. Ed è vero: il paese delle mille colline è piccolo e sovrappopolato. Eppure questo non ha impedito al suo governo di prendere una decisione esemplare.

E per una volta vorrei fermarmi qui. Per una volta, non mi interessa discettare sulla crescita economica a due cifre del piccolo paese nel cuore dell’Africa e sull’origine di tale fortuna. Non mi interessa rinfocolare le polemiche sui mandati presidenziali. Sullo sfruttamento delle ricchezze del vicino Congo. Sulla mancanza di pluralità interna. Tutto vero. Un paese ricco di luci e di ombre. Ma chi non ne ha? Per una volta, vorrei soffermarmi solo sulla scelta in sé. Saranno stati fatti precisi calcoli? Certamente. Ci saranno secondi fini? Forse. E anche se fosse? Intanto, il Ruanda è ad oggi l’unico paese ad andare oltre mielose e spesso false parole di contrizione. È l’unico ad offrire una speranza a queste persone schiacciate, calpestate, abusate come mai più avremmo voluto vedere. Chapeau.