Da quando Rodrigo Duterte è diventato presidente, circa 15 mesi fa, la repressione violenta di spacciatori e tossicodipendenti nelle Filippine ha raggiunto una misura difficilmente immaginabile. Dati attendibili non ce ne sono, ma le stime più conservative parlano di circa 6000 vittime. La maggior parte delle morti sono attribuite ad esecuzioni extragiudiziali da parte di vigilanti armati o dalla polizia stessa (che è poi stata accusata di creare prove false, come pistole o bossoli di proiettile, per giustificare gli omicidi con la legittima difesa).

Erano in molti a pensare che la retorica violenta e le dichiarazioni esplosive di Duterte fossero solo una mossa populista da campagna elettorale. Ma i difensori dei diritti umani attivi nelle Filippine conoscevano l’approccio che l’ex-sindaco di Davao City aveva avuto verso i tossicodipendenti e gli spacciatori negli ultimi vent’anni del suo mandato. Assicuravano che lui stesse facendo sul serio e avevano ragione.

La violenza e l’impunità della polizia sono cresciute di pari passo ad una velocità sconcertante verso segmenti ben precisi della popolazione. Nella maggioranza dei casi le vittime appartengono alle classi urbane più povere: tossicodipendenti, piccoli spacciatori, adolescenti e abitanti delle baraccopoli filippine. Il ceto medio, principale sostenitore di Duterte, non è stato toccato, o quasi, da questa ondata di morte. È come se ci fossero due paesi, uno dei quali sotto assedio.

Duterte, che ha più volte ribadito il suo disinteresse verso i diritti umani, ha pubblicamente spinto per questa linea dura e giustificato le violenze, sia durante la campagna elettorale sia come Presidente eletto. Questo approccio è stato appoggiato in particolare dal ceto medio, che vedeva in Duterte l’uomo nuovo dal pugno duro di cui il paese aveva bisogno per rimettersi in moto.

Ma la morte di un numero crescente di adolescenti e bambini – liquidata da Duterte stesso con un caustico “collateral damage” – e l’omicidio a sangue freddo di uno studente di diciassette anni, trasmesso in diretta dalla televisione nazionale l’agosto scorso, hanno leso la popolarità del presidente filippino.

Nell’ultimo trimestre infatti si è registrato un calo del 18% nel supporto verso Duterte, in comparazione con lo stesso periodo dell’anno scorso. Questo scivolone è il primo segnale tangibile di un cambiamento di tendenza profondo in una popolazione frustrata da una violenza endemica e da una mancanza di segnali di riforma per infrastrutture datate o inesistenti, disoccupazione e corruzione dilagante.

A livello internazionale Duterte non se la sta passando meglio. Le organizzazioni per i diritti umani hanno richiesto lo stop agli omicidi portando alla luce le testimonianze delle famiglie delle vittime. Trentanove Stati membri dell’Onu hanno presentato richiesta formale, in seno al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, per la fine della violenza indiscriminataCecilia Malmström, Commissario Europeo per il Commercio, ha minacciato pesanti sanzioni economiche qualora le Filippine non si adeguino a certi livelli di diritti umani.

Il risultato di queste pressioni interne ed esterne è stata la sospensione delle operazioni della Polizia Nazionale Filippina (PNP) nel contesto della “war on drugs”. Duterte ha poi consegnato il mandato all’agenzia antidroga nazionale, la Philippine Drug Enforcement Agency (PDEA).

“Questa è una mossa simbolica che non cambia l’approccio violento e restrittivo della politica di Duterte” dice Ellecer Carlos, il portavoce di iDefend, Movimento per i diritti umani nelle Filippine. “Promuove l’idea ingannevole che la PDEA, essendo un’agenzia più piccola della polizia, ucciderà meno persone. Questo espediente politico, inoltre, non affronta né l’impunità istituzionalizzata né la questione del risarcimento alle famiglie delle vittime”.

Questo “nuovo corso” infatti non sembra derivare da un cambio di rotta riguardo alla tutela dei diritti umani, ma piuttosto da una mossa di realpolitik per smorzare il malcontento nazionale ed internazionale. “La sostanza della ‘war on drugs’ non cambierà”, dice Carlos. “L’uso della violenza come strumento politico fa parte di un piano più ampio. Noi Filippini ci stiamo confrontando con l’ascesa di un potere tirannico e con una possibile ricaduta nella dittatura”.

A conferma dell’analisi di Carlos, a distanza di poche settimane dalla sospensione della PNP, Duterte già minaccia di riattivare il mandato della Polizia se le attività criminali a livello nazionale dovessero aumentare. Ma in un paese dove il Presidente può contraddire le statistiche nazionali incrementando arbitrariamente il numero di tossicodipendenti da 1,8 milioni a 4 milioni per giustificare la sua retorica senza ripercussioni, non dovrebbe stupire se anche le statistiche legate alla criminalità raddoppiassero in poco tempo.

Governi populisti e con derive totalitarie stanno incominciando ad accettare l’operato di Duterte, o peggio stanno prendendo l’esempio di Manila per imporre politiche sempre più restrittive e violente. La comunità internazionale è compatta nel denunciare la situazione nelle Filippine, ma il tempo stringe.