Diciamolo francamente: Luigi Di Maio non è simpatico a tutti.
Non è quel che si dice un modello politico. Tra i difetti che gli vengono attribuiti, la troppo giovane età, la scarsa preparazione culturale, l’uso spericolato dei congiuntivi.

Eppoi, non ha l’acume di Nicola Morra o di Roberto Fico, non l’irruenza garibaldina e trascinante di Alessandro Di Battista e neanche la veracità popolare della Roberta Lombardi e della Taverna o la capacità dialettica di Danilo Toninelli, né la freddezza di Riccardo Fraccaro o la simpatia, un po’ cialtrona, di Carlo Sibilia.

Eppure Di Maio, nella vicenda del confronto tv con Matteo Renzi, ha giganteggiato politicamentente, ottendendo due grandi risultati: primo, è riuscito in un batter d’occhio a far passare la sconfitta in Sicilia come un importante passo avanti verso Palazzo Chigi e, nello stesso tempo – secondo risultato – a delegittimare il segretario del Pd nel suo stesso derelitto partito, sfruttando quella che possiamo chiamare la sindrome della frustrazione.

Proponendo il confronto pubblico e poi ritirandosene, Di Maio ha messo in dubbio la stessa esistenza politica di Renzi. Questi, del resto, si era già autodissolto già da tempo, con la sua solenne promessa di ritiro a vita privata dopo la disfatta referendaria del 4 dicembre.

Nelle antiche religioni sumera, egiziana e anche romana il dio creava le cose pronunciando il nome della cosa creata: senza il nome della cosa non esiste alcuna cosa, è il nome a conferirle realtà. Ecco cosa ha fatto Dio-Maio.

Volendolo portare su un terreno più puerile ma più immediato per tutti, la mossa di Luigi Di Maio mi ha fatto pensare a un crudele confronto tra bambini, in cui uno promette all’altro che domani giocheranno a pallone, ma al momento di giocare, non solo non gioca, ma gli buca pure il pallone. Aggiungere frustrazione a frustrazione, per i risultati elettorali prima e poi per non avere neanche la possibilità di riscattarsi della solenne batosta ricevuta con le chiacchiere, è quanto di peggio potesse capitare ad uno come Renzi.

Lo immagino da giorni alle prese con gli argomenti con i quali schiaffeggiare il tenero ‘Giggino’, lo immagino nelle prove con i collaboratori e perfino a parlare da solo davanti allo specchio, a fare le facce. Per questo, negargli il confronto in tv, negargli la stessa esistenza in quanto avversario è la mazzata più disastrosa che Di Maio potesse assestare al futuro ex segretario del Pd.

Un colpo psicologico, prima di tutto, che potrebbe perfino ripagare Enrico Letta del celeberrimo ‘stai sereno’, svelando anche una lucida perfetta perfidia alla House of Cards che Renzi stesso non avrebbe mai pensato di trovare in Di Maio.

Forse molti adesso ci penseranno due volte prima di continuare a chiamarlo ‘Giggino’.