Non è scappato, dice, né ha abbandonato il governo, ma è andato in Belgio per portare “la questione nel cuore dell’Europa”. Dopo diverse ore in cui si sono rincorse voci su una possibile fuga, Carles Puigdemont è riapparso a Bruxelles, dinanzi alla sala gremita del Press Club, ornata con le bandiere della Catalogna e dell’Unione Europea. “All’Europa chiedo che reagisca, deve reagire – ha esordito l’ex presidente parlando in catalano, spagnolo e francese poche ore dopo che il procuratore generale spagnolo José Manuel Maza lo aveva dichiarato indagato per ribellione, sedizione e malversazione – la causa catalana mette in questione i valori su cui si basa l’Europa ed è prezzo troppo caro da fare pagare alla gente”. Anche perché, dice, il Partito popolare di Mariano Rajoy e i socialisti “vogliono solo utilizzare la repressione“.

“Venerdì pomeriggio ero alla Generalitat dopo la dichiarazione di indipendenza votata dal Parlamento – spiega – con una serie di dati che indicavano che il governo spagnolo stava preparando un’offensiva senza precedenti e anche una denuncia del procuratore che prevedeva pene che potevano arrivare a molti anni di detenzione. Abbiamo sempre voluto la strada del dialogo, ma in queste condizioni questa via non era percorribile”. Così il leader ha preso l’auto e in compagnia di 5 ministri del suo governo – due del Pdecat, Meritxell Borras e Joaquim Forn, e tre di Erc, Antoni Comin, Dolors Bassa e Maritxell Serret – ha raggiunto Marsiglia, da dove è decollato alla volta di Bruxelles. Ma a rifiutare la proposta del confronto, a suo avviso, sarebbero stati il Partito popolare e il Psoe “che non vogliono riconoscere che esiste un problema e affrontarlo politicamente, ma vogliono utilizzare solo la repressione”. Poi l’affondo: “Nello Stato spagnolo vi è un grave deficit democratico”.

“Non sono qui per chiedere asilo politico – ha detto il leader catalano – sono qui per lavorare in libertà e sicurezza. Se mi fosse garantito un processo giusto, allora tornerei subito in Catalogna per continuare a lavorare”. Anche in vista delle elezioni annunciate da Rajoy per il prossimo 21 dicembre, in vista delle quali chiede “l’impegno di Madrid affinché rispetti i risultati”. Non è il carcere a spaventarlo, spiega: “Siamo pronti ad andare in prigione per 30 anni se questo fosse il risultato di un processo equo”. Nel frattempo, aggiunge Puigdemont, “continuiamo a lavorare perché i partiti politici non demoliscano le istituzioni catalane” e “per impedire l’applicazione dell’articolo 155 mantenendo vivo il governo legittimo di Catalogna”.

A quanto emerso, per il momento Puigdemont non ha chiesto asilo politico al Belgio, ma è un fatto che tra l’annuncio di Josè Manuel Maza e la notizia che il President era a Bruxelles è passata meno di un’ora. Il suo legale in terra di Spagna sostiene di non sapere “quando il presidente tornerà”, ma poiché è indagato nel caso in cui se non dovesse presentarsi all’interrogatorio a Madrid, ancora non fissato, scatterebbe il mandato di cattura. E alla luce delle parole pronunciate in conferenza stampa, sarà difficile vederlo in tempi brevi in territorio spagnolo. Domenica il segretario di Stato belga all’immigrazione Theo Francken aveva ipotizzato la possibilità di concedere asilo politico a Puigdemont, ma poche ore dopo il premier Charles Michel era dovuto intervenire per escludere l’ipotesi dopo la reazione irritata di Madrid.

“Il signor Puigdemont non è in Belgio né su invito, né per iniziativa del governo belga – ha detto oggi Michel in una nota – la libera circolazione nello spazio Schengen gli permette di essere presente in Belgio senza altre formalità. Secondo le sue stesse parole è venuto a Bruxelles perché si tratta della capitale d’Europa. E sarà trattato come qualsiasi altro cittadino europeo“. Puigdemont, aggiunge Michel, “dispone degli stessi diritti e doveri di qualsiasi cittadino europeo, né più, né meno. Il governo veglierà sullo stato di diritto”.

In Spagna, intanto, l giudice istruttore del Tribunale Supremo cui è stata assegnata la denuncia per presunta “ribellione” contro la presidente del parlamento catalano Carme Forcadell e cinque membri sovranisti dell’ufficio di presidenza li ha convocati per interrogarli il 2 e il 3 novembre. Una denuncia parallela è stata presentata pure per “ribellione” davanti alla Audiencia Nacional contro Puigdemont e il suo Govern.