È contento, Roberto Maroni. Beato lui. “Sono molto soddisfatto del risultato del referendum” ha dichiarato. Aveva chiesto un plebiscito per l’autonomia lombarda e ha convinto a votare soltanto il 38,2 per cento degli elettori. Hanno votato Sì meno di 3 milioni di cittadini sui 9 milioni chiamati alle urne. Il trucco ormai è questo: dichiarare un obiettivo così basso (Maroni aveva detto di considerare un successo un’affluenza del 34 per cento) da poter comunque cantare vittoria.

Il risultato in Lombardia è invece visibilmente modesto, troppo lontano dal 50 per cento per essere preso come una chiara indicazione da parte dei cittadini per chiedere più autonomia da Roma. Hanno votato Sì solo 3 lombardi su 10: paradossalmente, Maroni ora è più debole davanti al governo. Avrebbe fatto meglio ad aprire subito una trattativa con Roma per l’autonomia, senza passare dal referendum (come ha fatto l’Emilia Romagna).

Eppure aveva chiamato i suoi elettori alle urne con un trucco, agitando la carota di un’autonomia fiscale che invece il referendum e la Costituzione escludono nettamente.

Avrebbe fatto meglio anche, se non a evitare il voto elettronico, almeno a prepararlo meglio. La consultazione referendaria è stata da questo punto di vista una figuraccia: costosa, ma soprattutto lenta e confusa. Sarebbe stato più rapido ed efficiente un pallottoliere. Ci sono volute quasi 13 ore per sapere, con i costosissimi tablet, che i votanti lombardi sono stati 3.010.434, con 95,29 per cento di Sì, 3,94 di No e 0,77 schede bianche.

In Veneto, il compagno di partito di Maroni, Luca Zaia, ha fatto meglio sia nei risultati (ha convinto a votare il 60 per cento degli elettori), sia in efficienza (esiti finali in un’ora, con il vecchio spoglio tradizionale).

Quello che Maroni ha ottenuto è un risultato giudiziario: ha di nuovo bloccato il processo in cui è imputato a Milano e che, se si chiudesse con una condanna, lo renderebbe incandidabile alle prossime elezioni.

Ha portato a casa anche un risultato politico: ha rimesso in campo la Lega Nord che, fedele alla tradizione bossiana, chiede l’autonomia della Padania. E ha rimesso se stesso (con Zaia) al centro del quadrante politico “nordista”, togliendo la scena a Matteo Salvini, che si è invece incamminato verso la trasformazione della sua Lega nazionale nella brutta copia italiana del Front National di Marine Le Pen.

Su un dato, però, Maroni dovrebbe riflettere: è forte nelle valli bergamasche (dove l’affluenza sfiora il 50 per cento), ma è debole a Milano (31,20 per cento). La prossima volta in cui magnificherà il ruolo di Milano locomotiva del Nord, dovrà anche spiegare come mai questa locomotiva non lo vuole alla sua guida.

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