Un nuovo appuntamento elettorale, una nuova chance per il fronte populista. Dopo il voto in Francia, Olanda, Regno Unito, Germania e Austria, il 20 e 21 ottobre è chiamata alle urne anche la Repubblica Ceca, che deve rinnovare i 200 membri della Camera. Secondo i sondaggi, il copione sarà lo stesso seguito da altri Paesi: ridimensionamento della sinistra e avanzata del populismo euroscettico. Il che significa un “falco” in più nel gruppo dei quattro di Visegrad, l’alleanza tra Cechia, Slovacchia, Ungheria e Polonia in piedi dal 1991. Con l’Ungheria di Viktor Orbán e la Polonia di Jarosław Kaczyński sempre più orientate verso regimi semi-autoritari e nazional-conservatori, in cui libertà di opinione e opposizione politica sono elementi sempre più in bilico, Repubblica Ceca e Slovacchia erano rimaste a fare da contraltare all’interno del gruppo, vestendo i panni di quelli più dialoganti con Bruxelles. Ora le cose potrebbero cambiare.

Il populista vincente che sogna un’Europa “fortificata” – Secondo tutte le previsioni il nuovo premier ceco sarà Andrej Babiš, che gli ultimi sondaggi dannoal 26%. Imprenditore miliardario, è leader di un partito populista, euroscettico e di centrodestra, Ano 2011, che fino a cinque anni fa non esisteva e che Babiš ha lanciato per le elezioni parlamentari del 2013, in cui ha conquistato il 18,7% dei consensi. Da tre anni a questa parte è dato stabilmente come la prima forza del Paese. Per evitare che le altre forze si alleino contro di lui ha bisogno di prendere almeno il 25% dei consensi. “Non governerò con nessuna forza estremista, né comunisti né ultradestra”, ha assicurato Babiš.  

Ano, in ceco, significa “sì”, ma è soprattutto l’acronimo di Akce Nespokojených Občanů, ovvero “Azione dei Cittadini Insoddisfatti“. In patria al suo fondatore hanno affibbiato il soprannome di “Babisconi“, per la somiglianza con l’ex premier italiano Silvio Berlusconi. Slovacco di Bratislava, classe 1954, è il secondo uomo più ricco della Repubblica Ceca e il 489° al mondo, principalmente grazie al colosso agro-chimico Agrofert di cui è titolare e che possiede 250 aziende sparse per il Paese. Da qui la retorica dell’uomo che si è fatto da solo e dell’imprenditore talmente ricco da essere “incorruttibile”, due immagini su cui Babiš punta molto. Già proprietario di alcuni media slovacchi, poco prima delle elezioni del 2013 Babiš ha acquistato anche Mafra, uno dei principali gruppi editoriali cechi, entrando così in possesso del secondo quotidiano più diffuso del Paese.

Babiš guida il fronte degli euroscettici: non vuole l’euro (“Non voglio fare da garante per le banche italiane e il debito greco”), è contrario al piano europeo di ricollocamento dei migranti (“L’Ue dovrebbe essere un’enclave fortificata, come una specie di villaggio di Asterix, che sceglie chi far entrare e chi no”) e non ha grande stima delle istituzioni europee. Nonostante questa volta il partito un programma ce l’abbia (nel 2013 si presentò alle elezioni senza), Babiš delinea meglio la sua visione della Repubblica Ceca nel suo libro intitolato Che cosa sogno quando ho tempo di dormire: uno Stato centralizzato, senza l’impiccio di Senato e Regioni, e con un sistema elettorale maggioritario uninominale. Un Paese che lui governerebbe “come un’azienda”, con meno tasse e più libertà d’impresa.

La disfatta del centro-sinistra – Per il Partito socialdemocratico (ČSSD), attualmente al governo con il premier Bohuslav Sobotka e in sella da due mandati, si prospetta la disfatta: secondo gli ultimi sondaggi si vedrebbe quasi dimezzare al 12% i voti presi nel 2013. Sobotka, i cui consensi sono andati calando dall’inizio della legislatura, non si è ricandidato, lasciando il posto all’attuale ministro degli Esteri, Lubomír Zaorálek. Il principale argomento elettorale del centro-sinistra è la lotta al lavoro sottopagato e l’innalzamento del salario minimo, mentre su Europa e accoglienza i suoi esponenti si sono trovati a rincorrere le posizioni scettiche di Ano 2011.

In corsa ci sono anche i Comunisti di Boemia e Moravia, che resistono con il 12% nei sondaggi nonostante neanche trent’anni fa il Paese abbia messo in piedi una rivoluzione per far cadere il regime. Segue l’Ods, il partito di centrodestra di riferimento, nonché la formazione che ha controllato per il periodo di tempo più lungo il governo ceco postcomunista. I suoi voti, però, sono in parte confluiti in quelli di Ano 2011 dopo l’inchiesta per corruzione che ha travolto il partito. A far temere l’inizio di una stagione di (ancora più) difficili rapporti con l’Ue è anche la crescita del Partito della Libertà e della Democrazia diretta, formazione populista di estrema destra dell’imprenditore giappo-ceco Tomio Okamura, data al 9%.

L’Europa che c’è e non c’è – Nonostante il voto potrebbe ripercussioni sulla coesione interna dell’Ue e nonostante quasi tutti i candidati in campo facciano proprie posizioni euroscettiche, Bruxelles viene a malapena citata nei programmi elettorali. Il premier uscente Sobotka, che non si è ricandidato e ha ormai poca voce in capitolo, ha recentemente fatto appello al Paese affinché adotti l’euro il prima possibile. Ma tutti gli altri partiti sono molto cauti al riguardo. E gli elettori anche: un sondaggio condotto quest’anno dal Czech Public Opinion Research Center ha mostrato che solo il 18% dei cechi “crede fermamente” che il Paese debba entrare nell’eurozona. D’altronde lo stesso presidente della Repubblica Ceca, Milos Zeman, inizialmente accolto come un europeista ai tempi della sua elezione nel 2013, non ha mai nascosto le sue posizioni critiche nei confronti dell’Ue: poche settimane fa, sul tema del ricollocamento dei migranti, ha detto che piuttosto che aprire le porte ai richiedenti asilo Praga farebbe meglio a rinunciare ai finanziamenti europei.

Come e perché si vota – Fino ad ora al governo c’era una coalizione formata da socialdemocratici (partner di maggioranza), Ano 2011, e cristiano-democratici. Ma il conflitto sempre più evidente tra i leader delle prime due formazioni, Sobotka e Babiš, si è trasformato a maggio in una rottura definitiva, portando il premier ad indire elezioni anticipate. Le cause della crisi sono da ricercare, oltre che nella perdita di consensi del centro-sinistra, principalmente nelle vicende giudiziarie in cui è coinvolto Babiš. L’imprenditore, a cui a settembre è stata revocata l’immunità parlamentare, è accusato di aver dirottato 2 milioni di fondi europei alla sua azienda. Una volta aperta la crisi di governo, inizialmente Sobotka aveva pensato di dimettersi, salvo poi optare per la deposizione dell’ex alleato Babiš dalla carica di ministro delle Finanze. Il premier uscente, che ha detto che si accontenterà di di rimanere parlamentare della sua regione, si è anche dimesso da presidente del partito, lasciandone la guida ad interim al suo ministro degli Interni, Milan Chovanec, distintosi recentemente per una foto in cui posava con un fucile per protestare contro la norma europea sui limiti al possesso d’armi e per aver proposto di permettere ai regolari detentori di utilizzare le armi contro i terroristi.