Credo proprio che in me si annidi una forte vis autolesionistica se – dopo essermi preso l’altr’anno una sonora fischiata dai visitatori di questo blog, imbufaliti per il mio commento severo a uno dei più risibili e ruffiani premi Nobel alla letteratura; quale quello a Bob Dylan, alla sua voce querula e ai suoi temini puerili – ora mi prendo la briga di criticare quanto apparso sull’ultimo Venerdì di Repubblica, dal titolo “A ogni generazione la sua musica ribelle”.

Un reportage sul passaggio dal rock al rap altamente irritante già dall’aggettivo “ribelle”, visto che si tratta di musica veicolata dall’industria discografica anglo-americana, promossa con operazioni di marketing mirate, che a suo tempo trasformarono i bambolotti per bene e la loro musica plastificata formato famiglia chiamati Beatles, insieme ai loro storici antagonisti sculettanti e teatralmente per male denominati Rolling Stones, negli antesignani di una genia che ha sbiancato l’Africa con l’energia fredda delle loro “elettriche impazzite”, egemonizzando il suono dell’intero panorama musicale mondiale. Incrementando la galleria di presunti eroi che popolano i pantheon individuali di un’intera fascia generazionale, alla ricerca dello stordimento: a seguire le icone eponime John Lennon e Mick Jagger ecco i vari Lou Reed, David Bowie, Jimi Hendrix e quelli che verranno dopo. Guardacaso tutti performer esclusivamente in lingua inglese: un non trascurabile particolare che dovrebbe indurre qualche sospetto nei fan del suono che giunge dal centro dell’Impero. Come ha scritto Vinicio Capossela (e già molti altri prima di lui), luminosi esempi di “ribelli senza rivoluzione”. Perfetti avatar da palcoscenico per ragazzi e ragazze all’inseguimento dell’appartenenza attraverso lo sballo praticato a livello di branco.

Più che un genere musicale, un fenomeno sociale; seppure indotto: la scoperta già negli anni Cinquanta che i teenager delle periferie industriali costituivano ormai il gruppo target di consumatori per abbigliamento e musica, grazie a un potere d’acquisto inesistente nel passato. Processo la cui colonna sonora era rappresentata dal rock che ora diventa rap. Sempre l’affermazione di un modello estetico ispirato al look di gruppi marginali stilizzato da creativi (senza troppi slanci di fantasia: le giacche in cuoio sono sempre le stesse; del Marlon Brando ne il Selvaggio, del James Dean di Gioventù Bruciata). Ma se allora era comunque segno di un certo vitalismo ribellista, ora rivela la frustrazione rabbiosa quanto impotente di gioventù sconfitte prima ancora di essere entrate in pista.

Le note dei precarizzati dalla rivoluzione NeoLib, che dai suburbi anglosassoni raggiunge l’Europa massacrata dall’austerity. Accompagnata da sound imitativi (di cui stanotte mi sono fatto un’overdose, memore di qualcosina degli Articolo 31 che mi era piaciuta, ascoltando soltanto una sfilza di nenie lamentose. Da Fabri Fibra a Ghali). Suono dello sconfittismo d’importazione, che ancora una volta diventa colonizzazione musicale al ribasso. Un fenomeno che di originale ha soltanto l’essere accompagnato dalla moda del ridisegno del proprio corpo, alla ricerca di un’inesistente eccezionalità ridotta a imbruttimento conformistico: dagli inserimenti metallici ai tatuaggi.

Eppure dilagante. Ormai persino sull’autobus incontro signore anziane con la pelle sporcata da scritte e disegni, quelle orribili braccia trattate con il bluette e il verdognolo da copiativa da sembrare squame del rettile. Con effetti imbarazzanti, tipo il David Beckham già icona glam, declassato da testimonial Rolex alla sottomarca Tudor, ridipinto al punto da apparire soltanto un vecchiaccio malvissuto.

Dunque l’Hip Hop come solitudine risentita, priva di bersaglio e scopo, che canta cosucce del tipo “se non mi ammazzo/ è grazie al cazzo”. Un vuoto immenso. Non mi sembra ci sia proprio nulla per cui entusiasmarsi e tantissimo da compatire. Nello smarrimento di ogni plausibile speranza nel futuro e nella bellezza. Genuina.

Per quanto mi riguarda, sto programmando una visita parigina alla mostra commemorativa di quell’artista meravigliosa e struggente che fu Barbara, cantante e compositrice. Se trovo i soldi me ne andrò dall’altra parte del mondo, per scoprire a Rio i nuovi ritmi solari del Samba tropicalista, per ritrovare a Baires le tonalità scure e sorgive di quella mescola di provenzale e genovese, Milonga e Habanesa che chiamiamo Tango. Lontano dall’Impero e dalle sue devastazioni, umane e sonore.