Il governo di Paolo Gentiloni dà il via libera all’esercizio dei poteri speciali su Tim. E, come aveva anticipato il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, non si tratta di un atto “punitivo” verso il maggior socio francese Vivendi. Ma è piuttosto una manovra intermedia che apre la strada a un “compromesso storico” in cui potrebbero ben presto ritagliarsi un ruolo sia Cassa Depositi e Prestiti che Mediaset.

Non a caso il decreto approvato lunedì 16 ottobre in consiglio dei ministri fissa un nuovo sistema di regole che Tim indica come “in parte già implementate”. Nel dettaglio, d’ora in poi l’esecutivo avrà il diritto di esprimere un componente di suo gradimento nei consigli di Tim (l’ex Telecom Italia) e delle controllate Sparkle (rete mondiale e cavi sottomarini) e Telsy (telefonini criptati). Nulla si stabilisce però sull’eventuale conflitto d’interesse di Silvio Berlusconi che potrebbe avere un ruolo di peso in un prossimo governo di larghe intese e conquistare così una leva in più nella battaglia con Vincent Bolloré, socio di Tim attraverso Vivendi e protagonista della scalata, poi sfumata, a Mediaset.

Il decreto sancisce inoltre che Tim debba mantenere “stabilmente” in Italia “le funzioni di gestione e di sicurezza delle reti e dei servizi e delle forniture che supportano le attività strategiche chiave”. L’azienda dovrà poi anche “fornire preventiva informazione” su decisioni che riguardino la riduzione, anche temporanea, di capacità tecnologiche o attività strategiche. Infine il gruppo di telecomunicazioni dovrà anche dotarsi di un comitato di sicurezza indipendente che sarà guidato da un direttore indicato dalla presidenza del consiglio e scelto fra i vertici dei servizi segreti (Dis). Sulla base di una relazione inviata ogni sei mesi, toccherà poi al comitato valutare se Tim rispetterà o meni gli obblighi del golden power. E segnalare quindi i casi di inadempimento che saranno punibili con una multa pari almeno all’1% del fatturato delle tre aziende strategiche (Tim, Telsy e Sparkle).

Con il decreto sui poteri speciali, il governo si prepara insomma a cercare una soluzione al caso Tim, ex società pubblica privatizzata assieme alla sua rete e spolpata negli anni. In che modo questo accadrà non è ancora noto. Ma, secondo diversi osservatori, l’esecutivo potrebbe spingere per una “societarizzazione” della rete, cioè per la creazione di una controllata ad hoc in cui confluisca l’infrastruttura in vista di un successivo collocamento in Borsa. Del resto un’operazione simile permetterebbe all’ex monopolista di incassare denaro fresco per abbattere il pesante indebitamento (25 miliardi) senza dover rinunciare ad un asset strategico. Inoltre avrebbe anche altri tre vantaggi. Il primo è che consentirebbe al Tesoro e alla Cdp di entrare in gioco investendo direttamente nella rete. Il secondo è che metterebbe le condizioni per una eventuale aggregazione con Open Fiber (controllata da Cdp e dall’Enel). Il terzo è che consentirebbe l’ingresso nella rete a nuovi potenziali investitori, Mediaset inclusa, che potrebbero partecipare allo sviluppo del network di nuova generazione.

Non a caso proprio di societarizzazione della rete parleranno il nuovo amministratore delegato di Tim, Amos Genish, e il ministro Calenda in un incontro che si terrà giovedì 19 ottobre. Non sarà facile trovare la quadra sul tema. Ecco perché Calenda ha chiamato in aiuto anche l’Agcom che ad inizio settembre ha obbligato Vivendi a ridimensionare il suo ruolo in Mediaset. Il ministro ha domandato all’autorità di esprimersi nel giro di 30 giorni sulle misure di sicurezza per le reti strategiche, gli obblighi di “separazione”, l’attuale assetto di mercato e gli eventuali rimedi che l’autorità avrà in mano per raggiungere gli obiettivi. Non si tratta solo di un passaggio formale, ma di un monito indiretto ai francesi in una trattativa decisamente delicata sia sotto il profilo economico che sotto quello politico. Esattamente come quella sulle frequenze 5G che il governo ha appena messo all’asta nell’intento di intascare almeno 2,5 miliardi. Come per la fibra anche per il 5G, l’infrastruttura di nuova generazione non arriverà presto visto che il governo non ha ancora risolto lo spinoso nodo della banda 700 Mhz su cui trasmettono la Rai e Mediaset con concessioni fino al 2022.