Ascoltare l’universo e vederne finalmente i colori. Le onde gravitazionali, combinate con un coro di 70 telescopi spaziali e sulla Terra hanno visto gli ultimi minuti di vita di due stelle di neutroni, anticamera dei buchi neri, hanno ascoltato la loro eco mentre collidevano e visto la luce liberata dall’esplosione, mentre la materia liberata tutto intorno dava origine agli elementi più pesanti, come oro e platino. Si apre una nuova straordinaria pagina dell’astronomia dopo l’ascolto delle onde gravitazionali generate dai buchi neri che hanno portato al Nobel per la Fisica a Weiss, Barish e Thorne.

È stata una staffetta senza precedenti nella storia della scienza, che ha portato ad una cascata di scoperte, riportate da un torrente di pubblicazioni sulle riviste più prestigiose, come Nature, Science e Physical Review Letters. L’Italia ha dato un contributo cruciale con Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), con Virgo, che fa capo all’Osservatorio Gravitazionale Europeo (Ego) e si trova in Italia, a Cascina (Pisa); l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) è stato fra i primi al mondo a ‘fotografare’, riconoscere e descrivere la sorgente del segnale con i suoi telescopi e quelli gestiti dall’Osservatorio Europeo Australe (Eso), come Rem (Rapid Eye Mount), Vlt (Very Large Telescope) e Vst (Vlt Survey Telescope), ed è entrato in campo accanto all’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) con i telescopi spaziali Fermi, della Nasa, e Integral, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa), e ancora Swift, Chandra e Hubble.

“È stata una cosa pazzesca, davvero emozionante”, ha detto Paolo D’Avanzo, dell’osservatorio di Brera dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) e autore con Elena Pian dell’articolo pubblicato sulla rivista Nature. “Sapevamo – ha proseguito – che gli interferometri per le onde gravitazionali sono in funzione solo per determinati periodi e che la presa dati si sarebbe conclusa il 25 agosto”. Erano davvero pochi i giorni a disposizione per sperare di catturare un segnale. Il rivelatore Virgo si era infatti unito ai due strumenti di Ligo soltanto il primo agosto. Insieme i tre strumenti non avrebbero soltanto ascoltato i segnali delle onde gravitazionali, ma sarebbero finalmente stati in grado di localizzarle in un’area dell’universo abbastanza delimitata e più semplicemente da osservare in seguito con i telescopi.

“Quando il 17 agosto abbiamo cominciato a ricevere sui telefoni cellulari i messaggi che annunciavano l’arrivo di un segnale da due stelle di neutroni in collisione, ci siamo detti che era un’occasione d’oro per andare a vedere la luce, ossia la controparte elettromagnetica delle onde gravitazionali”, ha detto ancora D’Avanzo. Se fino ad allora l’attesa era stata frustrante, “quella notizia ci aveva dato la carica” e “quando poi abbiamo visto che la luce che veniva emessa da quello stesso oggetto siamo rimasti senza fiato nel vedere che molti tasselli della teoria andavano a posto. Èstata un’osservazione di portata storica ed è stato tutto davvero incredibile perché nel giro di un mese abbiamo raccolto dati che ci daranno da lavorare per i prossimi anni, e tutto questo è successo in un colpo solo”.

Lo studio su Nature