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“La vera sfida è fermare subito l’epidemia di Ebola in Africa”, Pregliasco sulla letalità: “Resta una delle infezioni virali più gravi conosciute”

Lo scienziato: “Non è un nuovo Covid, ma resta una delle infezioni virali più gravi conosciute”. Il ceppo Bundibugyo non ha vaccini specifici disponibili su larga scala
“La vera sfida è fermare subito l’epidemia di Ebola in Africa”, Pregliasco sulla letalità: “Resta una delle infezioni virali più gravi conosciute”
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“La vera sfida è intervenire rapidamente sul focolaio africano prima che si estenda ulteriormente”. Fabrizio Pregliasco sintetizza così il nodo centrale della nuova emergenza Ebola (131 morti e 500 casi sospetti, ndr) che ha spinto l’Organizzazione mondiale della sanità a dichiarare una emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale (Pheic) dopo l’aumento dei casi nella Repubblica Democratica del Congo. Per l’esperto, direttore della scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell’Università Statale di Milano, la priorità assoluta è contenere subito l’epidemia nelle aree africane colpite, dove il virus sta mostrando ancora una volta la sua elevata capacità letale. “L’Ebola resta una delle infezioni virali più gravi conosciute”, avverte Pregliasco, sottolineando come la mortalità possa essere “elevata, soprattutto in contesti sanitari fragili”.

Nelle province congolesi di Ituri e Nord Kivu si contano oltre 300 casi sospetti e più di cento decessi, mentre due morti sono già state registrate nel vicino Uganda. A preoccupare è anche il coinvolgimento di operatori sanitari e la diffusione in aree densamente popolate, condizioni che possono accelerare la propagazione del contagio in territori con sistemi ospedalieri spesso insufficienti. “La priorità è sostenere il contenimento dell’epidemia direttamente in Africa, rafforzando diagnosi, isolamento dei casi e tracciamento dei contatti. È lì che si previene realmente il rischio globale”, insiste Pregliasco. L’epidemia attuale è legata al ceppo Bundibugyo, una variante rara del virus Ebola per la quale “attualmente non dispone di vaccini specifici disponibili su larga scala”. Questo rende ancora più delicato il lavoro di contenimento sul territorio.

Dal punto di vista clinico, Ebola è una febbre emorragica causata da un virus appartenente alla famiglia dei Filoviridae. Dopo un’incubazione che può durare fino a 21 giorni, la malattia provoca febbre alta, debolezza intensa, dolori muscolari, vomito, diarrea e, nei casi più gravi, emorragie diffuse e insufficienza multiorgano. La letalità varia in base alla qualità delle cure e alla tempestività della diagnosi, ma in alcuni focolai storici ha superato il 50%. Pregliasco invita però a evitare paragoni impropri con la pandemia da Covid. “Ebola è una malattia gravissima, con elevata letalità, ma molto diversa dal Covid perché non ha una trasmissione aerea nella vita quotidiana. Il rischio di una pandemia globale oggi resta contenuto”.

La modalità di trasmissione rappresenta infatti la differenza epidemiologica principale rispetto ai virus respiratori. “La diffusione avviene attraverso il contatto diretto con sangue e fluidi biologici di persone sintomatiche o materiali contaminati”, spiega l’esperto. “Il contagio avviene attraverso il contatto diretto con fluidi biologici infetti e questo rende la diffusione internazionale molto meno efficiente rispetto ai virus respiratori”. Per questo motivo, secondo Pregliasco, la decisione dell’Oms non deve essere interpretata come l’annuncio di una pandemia imminente. “La dichiarazione di emergenza sanitaria internazionale da parte dell’Oms non significa che siamo di fronte a una pandemia globale imminente, ma rappresenta uno strumento per rafforzare rapidamente il coordinamento internazionale, la sorveglianza e l’invio di risorse nei territori colpiti”.

In Europa e in Italia, al momento, il rischio per la popolazione generale resta limitato. “Oggi in Europa e in Italia il rischio per la popolazione generale resta basso, anche grazie ai sistemi di sorveglianza, ai protocolli ospedalieri e all’esperienza maturata negli ultimi anni”. Questo però non esclude la necessità di rafforzare immediatamente le misure di prevenzione. “Italia ed Europa devono rafforzare immediatamente sorveglianza, diagnosi precoce, tracciamento dei contatti e preparazione ospedaliera, soprattutto nei grandi hub internazionali”. Secondo l’esperto, nello scenario peggiore potrebbero verificarsi “casi importati o piccoli cluster ospedalieri”, ma “al momento non ci sono elementi per parlare di emergenza pandemica internazionale”. Il messaggio, dunque, è duplice: evitare allarmismi ingiustificati ma intervenire subito e con forza nei territori africani dove il virus continua a circolare. Perché è lì, conclude Pregliasco, che “si previene realmente il rischio globale”.

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