Udienze a porte chiuse ma con la possibilità, per la stampa, di seguire il processo “Ricatto” iniziato ieri contro il “branco” di Melito Porto Salvo che, per oltre due anni, ha abusato di una ragazzina quando questa aveva appena 13 anni.

Alla sbarra Giovanni Iamonte, il figlio del boss Remigo, e altri sei ragazzi accusati di violenze sessuali nei confronti della minorenne, oggi costretta a vivere in località protetta. Sul banco degli imputati anche quello che lei considerava il suo ragazzo Davide Schimizzi il quale, stando all’inchiesta dei carabinieri coordinata dalla Procura di Reggio Calabria, si è trasformato in carnefice. Dietro la minaccia che alcune sue foto intime sarebbero state divulgate, Schimizzi l’avrebbe costretta a subire angherie e ad avere rapporti sessuali con il resto del branco di cui faceva parte pure Giovanni Iamonte.

Alla prima udienza del processo, fuori dal tribunale si sono ritrovate alcune associazioni che si battono contro la violenza sulle donne: “Tutti devono sapere che hanno subito violenze non sono sole”. C’è chi ha fatto più di mille chilometri per arrivare a Reggio Calabria: “Siamo venuti per far sapere alla ragazzina che il nostro supporto ci sarà”.

“Siamo qui per chiedere verità e per dire alla ragazza che non è sola – aggiunge Mario Nasone, di Libera -. Sul banco degli imputati dovremmo essere in tanti”.  Sull’onda dell’operazione “Ricatto”, l’anno scorso c’è una stata una manifestazione nazionale a Reggio Calabria a cui ha preso parte anche l’ex ministro Maria Elena Boschi. “Purtroppo – conclude Nasone – non ci sono stati grandi cambiamenti”. Dopo la fase preliminare, l’udienza è stata rinviata al 6 novembre in aula bunker quando il presidente Natina Pratticò deciderà sulle parti civili da ammettere al processo

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