RIMINI – Pier Vittorio Tondelli (Bompiani)

Dopo tanti entusiasmi montanari giusto rievocare un po’ di umide spiaggette affollate. Entriamo (e usciamo) rapidi dall’argomento con un classico mai troppo amato e ricordato scritto nel 1985 dal compianto Pier Vittorio Tondelli. Rimini (Bompiani) è il romanzo più “commerciale” dell’autore emiliano in piena sbornia edonistica (non sua) degli Ottanta, quando ancora la Riviera era l’obiettivo impagabile del piacere turistico di massa. Tondelli ci entra con il suo Bauer, giovane cronista milanese a cui il giornale conferisce l’incarico di dirigere l’inserto estivo Pagina dell’Adriatico. Lui abbandona la fidanzata stilista, che incrocia a letto solo la notte, e arriva in quell’assurdo coacervo cementifero, paradiso dell’effimero vacanziero, mitologia di qualunque divertimento a portata di mano. Una redazione che nel suo bizzarro testacoda antropologico sembra vera, ma soprattutto altre storie che si sfiorano senza mai intersecarsi (la signora tedesca che cerca la sorella scomparsa, i proprietari di una pensioncina) fino a titillare perfino (intuitivamente) il poliziesco che poi diverrà insopportabilmente moda letteraria seriale. Classe cristallina, Tondelli scrive in scioltezza e vuole farsi leggere in questa sua variabile più da “intrattenimento” all’interno di un brevissimo e folgorante percorso professionale più provocante ed elitario. E poi Rimini ci piace proprio perché dentro ad una struttura da romanzo di costume mette a nudo l’imposizione plastificata con cui la Riviera ha saputo insufflare a migliaia di giovani di quegli anni, e non solo, il vuoto del nulla.

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