Apparirà come una provocazione la mia, ma è molto di più: quella statua di Giovanni Falcone decapitata non riparatela. Lasciatela così com’è. Davanti alla scuola media dello Zen intitolata al magistrato, lasciate quel busto senza testa.

Anzi, vi dirò di più: lasciatelo lì, a terra, perché tutti entrando in quella scuola lo possano vedere e possano sentirsi “provocati” non un giorno, ma tutto l’anno. In queste ore hanno fatto a gara a rilasciare dichiarazioni sull’immediata ricostruzione del monumento. Tutti pronti a mettere mano alla statua. Eppure da maestro, dico: lasciate pure la statua decapitata, ma ascoltate Gesualdo Bufalino e mandate un esercito di maestri allo Zen, perché “La mafia sarà sconfitta da un esercito di maestre elementari”.

E’ questo quello che serve. Nient’altro. Lo ha detto con parole chiare, forse nemmeno troppo diplomatiche la preside della scuola: “Noi cerchiamo – spiegala preside dell’istituto, Daniela Lo Verde – di fare qualsiasi cosa per gli alunni, ma manca la costanza progettuale che ci consenta di rimanere aperti anche di pomeriggio, quando sarebbe necessario anche questo. A fare questo noi ci proviamo, ma servono finanziamenti non indifferenti. Quello che ci viene consentito, lo portiamo avanti, ma ancora non sono sufficienti i mezzi a disposizione per un’ampia attività progettuale come la vorremmo”.

Conosco la scuola media dello Zen, i ragazzi che la frequentano e quelli che sono già stati in quelle aule. Ho incontrato Domenico Di Fatta, che un tempo dirigeva quell’istituto. Ho giocato sul campo di calcetto di quella scuola con i ragazzi di quel quartiere.

La prima volta che sono stato in quell’istituto, ho notato che non c’erano le bandiere all’asta, né quella italiana né quella europea: “Qui, se le mettiamo, le rubano”, mi spiegò il preside. Così come non ho mai dimenticato le parole di Di Fatta a proposito dell’uso dei cellulari: “Ai miei insegnanti dico di portarlo in classe perché è capitato che ne avessero bisogno perché venivano chiusi in aula dai ragazzi”.

Non sto dipingendo la scuola media dello Zen come uno zoo, ma è chiaro che in questi istituti, la vita degli insegnanti non è la stessa di chi sta dietro una cattedra in un paesino della provincia di Cremona o di Trento. Chi insegna allo Zen, così come a Danisinni o al quartiere Noce, cerca ogni giorno di conquistare i ragazzi, prova a convincerli a restare in aula, a non abbandonare la scuola, a non finire in quella percentuale di giovani che non lavorano e non studiano (i cosiddetti  Not engaged in education, employment or training: Neet) che aumenta di anno in anno.

I numeri sulla dispersione scolastica, sulle bocciature, da quelle parti sono volti. E gli insegnanti, i presidi, i bidelli sono eroi del quotidiano; uomini e donne che senza clamore fanno qualcosa che può apparire normale ma non lo è. Quella scuola non può essere “trattata” alla stessa stregua di una media nel centro di Milano. Non può avere gli stessi parametri per aggiudicare il numero di insegnanti, di bidelli. Lo aveva capito bene Gesualbo Bufalino.

Il 19 luglio alla scuola media dello Zen arriverà la ministra Valeria Fedeli. Probabilmente il busto tornerà ad essere quello di prima per quella data, ma non servirà a nulla se quel giorno la ministra non darà davvero una mano a quella dirigente, traducendo le parole di Bufalino in realtà.

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