Valditara insegue Vannacci sullo stop al velo integrale in classe, docenti divisi: “Propaganda”. “Necessario per riconoscere le studentesse”
Mentre la maggior parte degli insegnanti e degli studenti sono in vacanza, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara occupa i quotidiani all’inseguimento del generale Roberto Vannacci e delle sue truppe. Dal “divieto di velo integrale in classe”, alla “revoca del permesso di soggiorno a chi non manda a scuola i figli” fino al “tetto sul numero di stranieri in classe”, gli annunci sono ormai quotidiani. Pochi i dettagli su come intende metterli in pratica: solo sullo stop al niqab o al burqa (molto raro in Italia), ha dichiarato che sarebbe pronto un emendamento al disegno di legge sulla sicurezza, appena approvato dal governo.
Il primo a provocare l’improvviso interesse di Valditara per la questione, nei giorni scorsi, era stato il deputato di “Futuro Nazionale” (ex sottosegretario leghista di viale Trastevere) Rossano Sasso che aveva proposto una risoluzione nella settima Commissione della Camera, poi riformulata dalla Lega e approvata dalla maggioranza. A quel punto Valditara deve aver capito che valeva la pena farsi sentire. Il 31 luglio al “Corriere della Sera” ha iniziato ad annunciare la novità e martedì 4 agosto ha rincarato la dose su la “Verità”: “Il burqa”, ha detto, “è incompatibile con i valori della nostra Costituzione, con la libertà di ogni donna, con l’eguaglianza fra uomo e donna, con il principio di non discriminazione”. Poi “impedisce la socializzazione: ricordo che c’è una sentenza della Corte di giustizia europea che parla – in riferimento a burqa, niqab e simili – proprio della socializzazione come diritto inalienabile che deve essere garantito. Dunque parliamo addirittura di un principio europeo”. Ancor più esplicito al Tg2Post: “Se una ragazza entra in classe con il niqab in qualche caso addirittura con il burqa, evidentemente non vive in un contesto che riconosce la parità tra uomo e donna. Penso dunque che sia arrivato il momento di vietare l’utilizzo almeno a partire dalle scuole di questi indumenti che annullano la personalità e la libertà della donna”.
Oltre all’interesse di inseguire Vannacci ancora più a destra, non si conoscono le ragioni della nuova urgenza per la scuola secondo Valditara. A richiesta de ilfattoquotidiano.it la risposta ufficiale di viale Trastevere è: “Non rispondiamo. Abbiamo già detto tutto”.
Ma al di là dei proclami, niente. Nessun riferimento a casi o problematiche concreti, nessuno studio preliminare che mostri il reale interesse per i diritti delle studentesse. L’unica traccia è il parere del Comitato per Islam, pubblicato sul sito del ministero dell’Interno che dice: “Dal punto di vista sociologico la diffusione di questi diversi indumenti varia da Paese a Paese, ed è frutto di circostanze storiche e politiche differenti. Nell’emigrazione in Occidente l’uso è assolutamente minoritario. In Francia diverse inchieste hanno fissato il numero di donne che portano il burqa o il niqab fra le 300 e le 2.000. In Italia mancano dati certi, ma le cifre dovrebbero essere ancora più basse, e tendere a zero nelle generazioni più giovani d’immigrati”.
Anzi, la prima confusione del ministro è sul linguaggio e sull’uso di termini come hijab, niqab e burqa. Il primo – uno dei più diffusi in Italia e tradotto spesso come “velo” che copre i capelli e il collo e scende sulle spalle e sul petto, ma lascia scoperto il volto – è diverso dagli altri due che coprono il capo e buona parte del busto, lasciando scoperti soltanto gli occhi. Il terzo ha anche una retina sugli occhi ed è diffuso soprattutto in Afghanistan e in parti del Pakistan. In Italia, negli ultimi mesi sui quotidiani è emerso un solo caso a Monfalcone, dove in una scuola la preside ha dichiarato di fare un riconoscimento a parte per tre ragazze che indossano il niqab.
A contestare Valditara, in queste ore è scesa in campo la Flc Cgil dicendo che “a risoluzione sulla presunta “islamizzazione” delle aule non risponde a nessun problema reale della scuola italiana. Risponde, piuttosto, a un’esigenza di propaganda politica, costruendo un allarme che nessun dato, nessun rapporto ministeriale, nessuna rilevazione ha mai documentato”. Dal Partito Democratico è partito l’attacco della responsabile Scuola, la deputata Irene Manzi: “Ancora una volta si costruiscono nemici immaginari per giustificare una stretta autoritaria sull’autonomia scolastica e sulla libertà di insegnamento”. Parole respinte al mittente da Valditara: “Io contesto al Pd, alla Cgil e a certa sinistra di essere femminista a corrente alternata. Tante chiacchiere, tanta demagogia, ma poi su alcuni provvedimenti concreti niente. Questo è un provvedimento fondamentale per rispettare il valore della donna”.
Il mondo dell’Istruzione è – come spesso accade – spezzato. Da una parte c’è chi come Anna D’Auria del Movimento di cooperazione educativa parla di “un pregiudizio del ministro basato sul nulla” e sottolinea al “Fatto Quotidiano.it” che “non si possono imporre divieti con un decreto a soluzioni complesse”. Stupita e ironica anche la preside milanese Giovanna Mezzatesta che dal suo profilo Facebook scrive in tono provocatorio: “Erano anni che la notte non dormivo, angosciata dal pensiero di quelle fiumane di studentesse in burqa che ogni mattina intasavano l’atrio del nostro liceo. La parità di genere è in salvo. Certo, resta aperto il piccolo problema delle classi polverose, delle finestre che non si chiudono, della mancanza di fondi per il sostegno, dei soffitti che gocciolano quando piove forte e delle famiglie che non riescono a comprare i libri di testo. Ma volete mettere la soddisfazione di aver sconfitto una minaccia fantasma a colpi di timbro?”.
Dalla parte del ministro è, invece, il professor Luigi Serra, impegnato come civico in consiglio comunale a Predore, nella bergamasca. Come docente lavora nei professionali tenendo lezioni per gli operatori socio sanitari (Oss) e racconta di numerosi casi in Valcamonica: “A Breno, Brescia, Pontevico, entrano in classe con il burqa ogni giorno. Lo scorso anno su 29 alunne, 12 avevano il volto coperto. Un vero problema quando devono fare il tirocinio: in genere accettano almeno di indossare l’hijab. Quando sono presidente di commissione chiedo che si presentino con il loro volto per identificarle altrimenti non faccio loro l’esame. Valditara ha ragione”.
Dalla Lombardia al Nord Est. Rosy Trifirò, insegnante palermitana, ha lavorato fino a luglio scorso nelle scuole dell’infanzia di Monfalcone e Gorizia: “Lì abbiamo il 70% di cittadini bengalesi. Già a quattro anni le bambine arrivano in classe con il niqab. I genitori lo fanno per abituarle fin da piccole alle loro tradizioni, ma a noi fa tenerezza vederle giocare con gli altri bambini nelle giornate estive. Le ragazze più grandi che sono venute a far tirocinio ci hanno confidato che non lo vorrebbero portare, ma i loro padri glielo impongono”.