Io considero la discriminante antifascista insormontabile. Eppure mi sono commosso quando la moglie Ivonne mi ha comunicato la morte di Tomaso Staiti di Cuddia, che negli ultimi anni ogni tanto vedevo o sentivo al telefono. Tomaso rappresentava bene quello che nella mia giovinezza era “il nemico”: il fascista pronto allo scontro fisico con “i comunisti”. Il nemico della democrazia. Negli ultimi decenni le cose si devono essere proprio molto contorte e ingarbugliate, se quando l’ho conosciuto di persona ho imparato a stimarlo. Per il suo stile. Per la sua schiettezza. Per il suo essere contro il potere. Di Mario Capanna diceva: “Avevamo gli stessi nemici, il capitalismo e gli americani. Lo sapevamo, ma eravamo costretti a combatterci”. Poi ho imparato che era un esponente di una destra estrema, ma laica e repubblicana, che si è sbriciolata del tutto quando i suoi camerati sono stati accolti, negli anni Novanta, dentro le stanze del potere. Lui ha preferito restare fuori. Non sopportava il berlusconismo, anche per motivi estetici: “Ma li vedete come vanno vestiti? Con questi gessati Palermo da finti gangster anni Trenta. È la politica dell’sms: soldi-mignotte-salotti tv”.

Vide chiaro quello che chiamava “il tumore” che aveva aggredito la politica, la “sua” politica: “C’era un tumore a Milano, nutrito dai legami tra la famiglia La Russa e i Ligresti”, aveva detto in un’intervista a Silvia Truzzi sul Fatto quotidiano. “Il combinato disposto tra politica e affarismo: poi questo tumore ha provocato metastasi. La politica è diventata uno strumento di affermazione sociale per morti di fame spirituali, che vengono ricoperti di soldi, ma restano morti di fame”.

Ha orgogliosamente intitolato la sua autobiografia Confessioni di un fazioso. Fascista dandy, playboy, chiamato “Staiti terrore dei mariti”. Portofino, Saint Tropez, il Charlie Max, il Number One, Gigi Rizzi, Rosa Fumetto. Ma anche Nietzsche e Evola. Uomo dallo schiaffo facile. A Milano cominciò con Ignazio La Russa: “È un Pippo Baudo dei poveri, faceva battute ironiche sulla mia presenza nella direzione provinciale dell’Msi, perché ero inviso ad Almirante. Alla terza battuta lo presi a schiaffi, e finì di scherzare”. Da parlamentare continuò con Giovanni Goria, accusandolo di essere un bancarottiere per lo scandalo della Cassa di Asti: in Transatlantico si sfilò l’anello nobiliare e gli diede due ceffoni.

Quando i suoi camerati raggiunsero le stanze dei bottoni, lui li abbandonò e restò all’opposizione. Votò per il partito di Di Pietro, poi per i Cinquestelle. Non so se sia rimasto anche fascista, credo di sì, perché non era uomo di pentimenti. In una vecchia intervista, aveva detto che sulla sua tomba avrebbe voluto il titolo della canzone di Edith Piaf: “Non, je ne regrette rien”. Gli ultimi libri che mi ha mandato erano due volumi su un suo amico, Albert Spaggiari, parà, rapinatore e fascista, che di sé diceva: “Non sono uno scassinatore, sono un avventuriero”. Certo, le differenze con Tomaso restano insormontabili. Eppure mi sentivo più in sintonia con lui che con tanti miei compagni di strada che in questi anni hanno perso la strada.

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