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Sul caso Picierno c’è un dato che il circo mediatico tende a rimuovere

Un dato che i vari opinionisti tv, della carta stampata e dei social, dovrebbero analizzare con una certa attenzione, perché a me pare ci dica una cosa
Sul caso Picierno c’è un dato che il circo mediatico tende a rimuovere
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Come sapete, io qui non parlo direttamente di politica, se non nella sua forma mediatica. Ma in questo caso, chiamiamolo il caso Picierno, la forma che ha assunto nell’ambito mediatico è così particolare che mi costringe ad arrivare a conclusione prettamente politiche. Premessa inevitabile in vista dei commenti che mi inviteranno, più o meno gentilmente, a tornare a occuparmi solo di televisione.

Il caso, come tutti ricorderanno, nasce dall’uscita dell’eurodeputata dal Pd, il partito che l’ha portata al Parlamento europeo; uscita molte volte minacciata e alla fine arrivata e motivata dal dissenso sempre più netto rispetto alla linea portata avanti dalla segreteria Elly Schlein.

Costantemente ora in prima persona, ora attraverso i molti amici che ne celebrano le iniziative, vengono ovviamente individuati i punti di questo dissenso: la politica estera, Ucraina e Israele, le proposte di politica fiscale – la famigerata patrimoniale -, un generico spostamento a sinistra del partito, la sudditanza nei confronti di Conte, la perdita di rilievo all’interno del partito della cultura riformista e altre vaghezze. In questo festival del luogocomunismo e dell’astrattismo (non quello di Picasso) non si cita mai, chissà perché, uno dei pochi dati precisi, concreti del dissenso tra Picierno e il Pd. Ve lo ricordate?

Picierno ha dichiarato apertamente, all’opposto del suo partito, il suo voto favorevole alla riforma costituzionale in occasione del referendum sulla giustizia. Ora, che a Picierno non giovi ricordare la faccenda, visto l’esito sorprendente e devastante della consultazione popolare, è normale, ma sarebbe opportuno che qualcuno facesse notare quale tipo di riformismo e quale compagnia di riformisti ha sostenuto la coraggiosa eurodeputata.

Ma non è tutto. Altra premessa: io non credo ciecamente ai sondaggi. Di quelli “pre” si è vista la fragilità, di quelli “post” mi lascia un po’ perplesso la presunzione analitica che pretende di spaccare il capello, come si suol dire. Però diciamo che quelli “post” qualche tendenza in generale dovrebbero saperla cogliere, magari non nei termini numerici che propongono, ma in generale. Bene, da uno di questi sondaggi, realizzato da una delle più prestigiose agenzie e pubblicato da La Stampa nei giorni successivi al referendum, emergeva un dato interessante: tra gli elettori di tutti i partiti vi era stata una più o meno consistente disobbedienza, cioè un certo numero di elettori aveva votato in modo contrario alle indicazioni del loro partito di riferimento. Una percentuale che variava dal 5 fino all’8 per cento.

Clamorosamente una buona dose di voti opposti alla linea del partito il sondaggio la registrava anche tra gli elettori di Forza Italia, il partito che più di tutti aveva voluto quella riforma, fino a farne una sorta di bandiera. Ma un’area di disobbedienza riguardava tutti i partiti, tutti meno uno, il Pd in cui raggiungeva a mala pena il 2 per cento.

Un dato che i vari opinionisti televisivi, della carta stampata e dei social, dovrebbero analizzare con una certa attenzione, perché a me pare ci dica una cosa. Che nel caso più evidente e concreto di dissenso rispetto alla linea prevalente nel Pd la posizione di Pina Picierno si è rivelata una bolla di sapone, una sparata tanto clamorosa quanto insignificante, interessante per il circo mediatico ma praticamente inesistente per gli elettori, che alla fine sono quelli che decidono.

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