Ufficialmente non è prevista una lettera di risposta. Ma al Tesoro sanno bene che non tarderà ad arrivare la reazione di Bruxelles alla missiva del Mef per scongiurare la manovra da 3,4 miliardi. Qualche indizio sulle intenzioni dell’Unione sul caso italiano potrebbe intanto già emergere il 3 febbraio quando il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, incontrerà il premier Paolo Gentiloni al summit europeo di Malta. Ma nella migliore delle ipotesi, Bruxelles attenderà fino al 13 febbraio per rispondere indirettamente alla lettera del ministro Pier Carlo Padoan. Per quella data, infatti, saranno pubblicate le statistiche europee su crescita, deficit e debito, fondamentali per stabilire il da farsi. E si capirà quindi se l’Unione ha ritenuto valide o meno le ragioni del Tesoro. Solo a quel punto potrebbe scattare l’apertura della procedura di infrazione. Una scelta, sotto il profilo politico, assai complessa dal momento che sarebbe la prima volta che un Paese con il deficit sotto il 3% viene commissariato per il debito.

Intanto in via XX settembre la tensione resta alta. Anche perché non si può escludere a priori una procedura d’infrazione che potrebbe costare cara all’Italia in termini di aumento di tassi d’interesse sul debito. Dalla prime indiscrezioni filtrate da Bruxelles, la mossa del Tesoro di rimandare i dettagli della manovra ad aprile con il Documento di economia e finanza non sarebbe stata infatti ben accolta. Anche perché si teme che lo slittamento ad aprile possa poi spostare ancora più in avanti la fase esecutiva della manovra correttiva che rischierebbe di dover essere attuata da un nuovo governo. Di qui la possibilità che Bruxelles decida di intervenire subito commissariando Roma in nome del rispetto delle regole di bilancio.

Dal punto di vista del governo Gentiloni, però, la risposta vaga del Tesoro alle richieste di Bruxelles dello scorso 17 gennaio di fornire “un elenco sufficientemente dettagliato di impegni specifici e un chiaro calendario per la loro adozione” era l’unica opzione possibile. A Roma l’esecutivo non vuole infatti attuare subito una manovra correttiva che passa per le clausole di salvaguardia. E sfodera cioè nuovamente l’arma degli aumenti delle accise, presumibilmente benzina e sigarette. Oltre che naturalmente imposte indirette (senza escludere l’Iva) e la lotta all’evasione.

Tanto più che il ricorso ad aumenti automatici delle accise è una soluzione che l’ex premier Matteo Renzi aveva giurato non sarebbe più stata utilizzata per tappare le falle dei conti pubblici. E che, per giunta, era stata vietata attraverso la legge di riforma dello Stato, approvata in via definitiva dal Senato lo scorso luglio. Tuttavia al Tesoro è sembrato che il richiamo all’aumento delle accise tornasse buono per prendere tempo ed evitare di entrare nel tema delle più complesse e lente riforme strutturali chieste dall’Unione. Soprattutto perché i tecnici del Mef sanno bene che Bruxelles è poco propensa ad autorizzare  nuove deroghe all’Italia dopo aver già concesso 19 miliardi di flessibilità negli ultimi due anni ai quali si sommano altri 7 per il 2017.

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