Nello stesso giorno in cui negli Usa deflagravano le accuse nei confronti di Fiat Chrysler, in Francia è stato aperto un fascicolo per un caso analogo nei confronti di Renault. Tre giudici indagheranno sui dispositivi utilizzati dalla casa automobilistica per controllare le emissioni dei suoi motori diesel che si sospetta siano truccati. La vicenda è quella resa pubblica lo scorso agosto, quando il Financial Times ha rivelato le omissioni nel rapporto di una commissione indipendente di esperti nominata dall’esecutivo di Parigi dopo lo scandalo Dieselgate che a partire dal settembre 2015 ha travolto Volkswagen. La commissione era incaricata di testare i veicoli venduti in Francia da una dozzina di case automobilistiche per verificare se ci fossero alterazioni.

Dal report finale erano emerse discrepanze tra le emissioni rilevate durante fasi di guida normale e quelle che risultavano dai test di omologazione. Secondo il quotidiano economico statunitense la commissione aveva evitato di inserire nel report finale i dati sulle emissioni di ossidi di azoto superiori ai limiti Ue di alcuni veicoli del gruppo, che è partecipato dallo Stato francese. In particolare il filtro degli ossidi di azoto del modello Captur avrebbe funzionato solo nelle condizioni di test, ma non nella guida su strada.

La notizia ha fatto crollare il titolo sul listino di Parigi. Il gruppo “prende atto” delle nuove indagini e continua a ribadire di aver ”sempre rispettato scrupolosamente la legislazione francese ed europea”. Le sue vetture, si legge in una nota, “non sono dotate di software per ingannare i dispositivi di controllo delle emissioni”. Renault ricorda poi di avere presentato nel marzo 2016 alla commissione indipendente un piano globale per ridurre le emissioni di ossido di azoto dei propri veicoli diesel Euro 6b, piano che “è stato ritenuto trasparente, credibile e soddisfacente”.

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