Il livello della campagna referendaria era già sceso molto in basso, ma il “derby tra speranza e cinismo, proposta e rabbia”, lo slogan-clou di una Leopolda tutta incentrata sugli attacchi personalizzati ai “nemici” arroccati sul No per “interessi di bottega”, sostiene il premier, ci ha avvicinato allo squallore del duello presidenziale americano.

Anche “il derby”, definizione che fa il paio con la “duplicazione dell’assemblea condominiale” usata da Renzi per spiegare “i guasti del bicameralismo” e gli sfottò rabbiosi all’indirizzo di tutti i malvagi esterni e, più ancora, interni al partito che sta smantellando, hanno dato la misura precisa sia della natura della seconda Leopolda di governo sia della qualità degli argomenti a sostegno della riforma Boschi-Verdini.

A prevalere e a imporsi è stata l’immagine di un capocorrente con il fiato corto “tradito” da una costosa campagna mediatica affidata invano a un guru della comunicazione, piuttosto che quella di un segretario e tantomeno di un premier.

A segnare, se possibile, in modo ancora più negativo l’ultimo tratto di strada che ci separa dal voto del 4 dicembre è stata l’ansia vendicativa contro i dissidenti, più o meno coerenti, da parte di un segretario che ha considerato da sempre il suo partito come un’appendice del suo potere personale e di un presidente del consiglio mai eletto e forse anche per questo in campagna elettorale permanente che vuole rilanciarsi come frontman assoluto del Sì, a qualunque costo.

Il prezzo da pagare sul fronte interno che Renzi ha messo in conto e probabilmente gli deve sembrare vantaggioso è l’uscita dal partito, che secondo Bersani “si regge su due gambe, arroganza e sudditanza” e dove non esiste più “cultura politica”,  di quella minoranza che è rimasta coerente almeno nell’ultimo miglio e che come aveva annunciato si spenderà per il No in mancanza di un’iniziativa concreta per modificare l’Italicum, visto che ritiene la bozza uscita dalla commissione più o meno “una presa in giro”.

Ma al di là delle beghe interne al Pd arrivate forse a un punto di non ritorno, delle accuse reciproche che contengono anche parziali nuclei di verità, e del Sì o No da parte della minoranza ad una riforma costituzionale pessima in funzione di “modifiche” a una cattiva legge elettorale è bene cercare di avere abbastanza chiaro quello che ci aspetta nelle ultime settimane prima del voto.

I toni e le anticipazioni della Leopolda lasciano pensare che sarà lo spettro del “governicchio tecnichicchio” evocato in chiusura da Renzi a imperversare e cioè lo pseudo argomento apocalittico che dovrebbe inchiodare anche l’elettore più riluttante al Sì. Per il semplice motivo che “senza le riforme”, cioè le sue riforme, votate certo dal parlamento come si affannano a ricordarci tutti i conduttori, ed è scontato visto che è il potere cui spetta la funzione legislativa, anche se grazie ai colpi di fiducia, ai canguri vari o in aule semivuote, “l’Italia è finita”.

E così dopo “il mea culpa” sulla personalizzazione, la volontà di entrare nel “merito” possibilmente con politici di lunghissimo corso, i “segnali concreti” della finanziaria e l’attivismo sull’emergenza sisma che non hanno dato gli effetti sperati, ecco il ritorno alla strategia dell’alternativa obbligata: o me o la rovina, anzi peggio, un Monti 2.

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