Il 31 ottobre 1926, esattamente 90 anni fa, i destini dell’Italia mutarono d’improvviso. Nel pomeriggio, mentre l’allora presidente del consiglio Benito Mussolini attraversa Bologna con la sua auto tra due ali di folla, un 15enne bolognese, Anteo Zamboni, gli spara e per un soffio non riesce a ucciderlo. In pochi istanti il ragazzo venne bloccato, linciato dalla folla e ucciso a colpi di pugnale (probabilmente dagli stessi fascisti che scortavano il duce). Il suo cadavere fu lasciato ai bordi di piazza del Nettuno, irriconoscibile. Per Mussolini, che nell’ultimo anno aveva subito altri tre attentati, i fatti di Bologna furono il pretesto per dare la definitiva stretta autoritaria. Furono emanate le leggi fascistissime che sancirono, tra le altre cose, lo scioglimento dei partiti e la chiusura dei giornali di opposizione, l’arresto di migliaia di oppositori politici, tra cui parlamentari come Antonio Gramsci, l’istituzione del Tribunale speciale e la reintroduzione della pena di morte. La famiglia di Anteo venne arrestata in blocco con l’accusa di avere istigato il ragazzino: il padre Mammolo infatti era un tipografo anarchico, ma era anche amico di Leandro Arpinati, ras del fascismo bolognese. Alla fine verranno condannati solo Mammolo e la zia Virginia, ma dopo pochi anni saranno graziati. Nessuno infatti ha mai creduto davvero alla loro responsabilità nella vicenda. Ma con l’uccisione di Anteo è stata uccisa anche qualunque speranza di capire di più: fu un gesto isolato di un adolescente idealista? Un adolescente che era stato nelle organizzazioni giovanili fasciste, ma che sui suoi diari parlava di uccidere il tiranno. Oppure fu istigato da qualcuno? E quel pomeriggio a Bologna Anteo, giovane eroe ormai dimenticato, era da solo? Ne abbiamo parlato con Brunella Dalla Casa, autrice del volume Attentato al Duce (editrice il Mulino)

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