Se la vita avesse un senso mi sarei già ucciso parecchio tempo fa. Per fortuna mi sembra tutto insensato, l’insensatezza agisce da calmante sulle mie fobie: è la mia camomilla filosofica. Nascere: venire alla luce e alle tenebre. Dal capezzolo al capezzale, sintesi ontologica.

Non ho mai cercato il senso della vita, ma a volte mi diverto a cercare il controsenso. Il controsenso della vita è lo sforzo di vivere al minimo delle proprie possibilità, agire il meno possibile, imitare per quanto possibile la saggezza marmorea delle statue. Fuggire ogni forma di serenità sediziosa, e vivere nell’intestino del caos per me è una cosa buona e giusta, anche se sembra in contraddizione con quanto detto poco fa. Non avere paura di contraddirsi è fondamentale per vivere nel controsenso della vita.

Mettere in discussione ogni cosa, ogni paradigma, mettere in discussione anche il silenzio, e se stessi. Non amarsi per stare bene con gli altri, chi si ama è vittima di una illusione: l’identità. Vivere l’universo come un fatto privato, intimo. Confidare solo alle stelle i propri segreti per renderli inviolabili. Non credere che esista il tempo libero (invenzione di una società repressiva), il tempo è sempre una condanna, ci sfigura, e alla fine ci trasfigura. E non è un dottore.

Coltivare il proprio giardino di amnesie esotiche, non pensare che esistano gli sconosciuti, ci conosciamo tutti benissimo: siamo i viventi, siamo i mortali. E questo ci rende tutti amici intimi della polvere. Amare sempre, amare anche le trappole che ci fanno sanguinare. E ovviamente cambiarsi le mutande ogni giorno. L’insensatezza è una forma di igiene.

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