Mentre la diplomazia  internazionale cerca un modo per legittimare il governo di Al Sarraj agli occhi dei libici e superare le distanze tra quest’ultimo e il Parlamento di Tobruk, continuano ad emergere le atrocità commesse dall’Isis. Miliziani riconducibili allo Stato Islamico hanno giustiziato pubblicamente, anche decapitandole, almeno 49 persone nella loro roccaforte di Sirte dal febbraio 2015: lo denuncia l’organizzazione Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto di 41 pagine diffuso oggi.

Tra le vittime, oppositori politici e persone accusate di “spionaggio” e di “insultare Dio”. I testimoni parlano di “scene dell’orrore”, tra le quali la crocifissione o la fustigazione per ‘reatì come aver fumato una sigaretta o aver ascoltato musica.

Secondo Hrw, l’Isis ha assegnato ai suoi militanti le case e tutti i beni sequestrati ai residenti che si sono dati alla fuga. E anche medicinali, cibo, carburante e contanti sono assegnati ai jihadisti. Chi rimane, si legge nel rapporto, rischia la morte per decapitazione o per fucilazione, con accuse che vanno dall’essere oppositori o spie fino alla stregoneria e alla blasfemia. “Come se le decapitazioni e le fucilazioni dei presunti nemici non bastassero – afferma nel rapporto Letta Tayler, esperta di terrorismo – l’Isis causa terribili sofferenze a Sirte anche per i musulmani che si adeguano alle sue regole”.

Numerosi anche i rapimenti o i casi di persone scomparse. I jihadisti hanno aperto almeno tre carceri, uno dei quali in quella che era una scuola. Sono state chiuse tutte le banche tranne una e le comunicazioni con il mondo esterno sono possibili solo attraverso internet point gestiti dai jihadisti.

L’università ha sospeso le lezioni, dopo che l’Isis ha vietato l’insegnamento di materie come la storia e ha imposto la divisione tra ragazzi e ragazze. Le scuole sono gestite dall’Isis e gli insegnamenti si concentrano sulla religione e sul diritto islamico. “La natura e la dimensione delle esecuzioni e degli altri atti dell’Isis in Libia – afferma Hrw – possono indurre a parlare di crimini contro l’umanità“.

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