“In Italia le compagnie oil&gas hanno continuato a operare nonostante 61 concessioni per lo sfruttamento di idrocarburi fossero scadute”. Questa la ragione che ha spinto dodici tra associazioni, comitati e organizzazioni sociali tra quelle che hanno promosso il referendum del 17 aprile scorso contro le trivelle a presentare diffide al Ministero dello Sviluppo economico con lo scopo di far cessare le attività di estrazione. Dei titoli in questione 16 riguardano attività in mare, 45 su terraferma.

“Questa non è una rappresaglia per l’esito del referendum, ma un’azione che avremmo intrapreso a prescindere”, ha spiegato nel corso di una conferenza stampa alla Camera dei deputati il costituzionalista Enzo Di Salvatore, estensore dei quesiti referendari e tra i fondatori del movimento No Triv. Che ha precisato: “Stiamo parlando di legalità: ogni tipo di attività deve essere conforme a legge italiana, costituzione e normativa europea”. Tant’è che le diffide non riguardano solo le concessioni interessate dall’esito del referendum: su 16 sono 9 quelle che riguardano attività entro le 12 miglia. Scadute e ‘sanate’ per effetto della Legge di Stabilità che ha modificato la disciplina sulla durata delle concessioni, legandola alla ‘vita utile del giacimento’.

LE CONCESSIONI SCADUTE – Ma quali erano i titoli vigenti attraverso i quali le attività sarebbero state autorizzate? “Per 3 delle concessioni scadute le società non hanno mai chiesto alcuna proroga – spiegano le associazioni – per altre 15, invece, è stata chiesta la proroga fra il 13 settembre 2014 (data di entrata in vigore dello Sblocca Italia) e il 1 gennaio 2016 (entrata in vigore della Legge di Stabilità). In questo intervallo di tempo è accaduto che il decreto Sblocca Italia aveva abrogato i vecchi titoli (permessi, concessioni e relative proroghe) sostituendoli con il titolo concessorio unico. Le società hanno continuato a presentare istanze, ma per le associazioni ambientaliste le richieste erano da considerarsi inammissibili. Per le altre 43 concessioni l’istanza è stata presentata sulla base di un decreto legge del governo Monti del 2012”. Un decreto che permette ai pozzi di continuare a estrarre finché il Ministero non si pronuncia. “Questo decreto legge per noi è incostituzionale – ha detto Di Salvatore – perché non prevede un atto amministrativo eventualmente impugnabile davanti al Tar: quindi la proroga è senza controlli”. Alcune di queste proroghe, inoltre, avrebbero efficacia retroattiva, mentre altre supererebbero i limiti di durata previsti dalla legge. In tutti questi casi, comunque, non c’è mai stata risposta da parte del Mise.

LE RICHIESTE DEI PROMOTORI – I promotori dell’iniziativa chiedono che il Mise dichiari decadute le concessioni già scadute e mai rinnovate e “intimi ai concessionari di provvedere alla chiusura dei pozzi esistenti e al ripristino ambientale dei siti, nonché all’abbandono del campo di attività”. Se le diffide non avranno risposta dal Ministero, o avranno una risposta ritenuta non adeguata, i comitati intendono portare la questione di fronte al Tar del Lazio e alla Corte Costituzionale. A chiedere invece una commissione parlamentare d’inchiesta che vada a fondo nella questione dei controlli nel settore dell’estrazione di idrocarburi è Enrico Gagliano, tra i promotori del referendum e membro del Comitato abruzzese difesa dei beni comuni: “Siamo in una situazione da far west a causa di un quadro normativo frammentato e opaco. Noi chiediamo una disciplina organica, con una legge sulle attività di prospezione ed estrazione”.

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