Mentre in Italia, a Palazzo Chigi e al Viminale, si festeggia per il Migration compact (su cui non si sa ancora chi pagherà), una tonnellata di dubbi arriva dall’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (Apce) che, per usare un eufemismo, non è così certa della bontà della strategia europea sul caso migranti. Da Strasburgo, infatti, ecco il rapporto “sulla situazione di rifugiati e migranti dopo l’accordo Ue-Turchia del 18 marzo 2016” su cui l’Apce dice che la “sostanza e l’applicazione, adesso e in futuro, dell’accordo tra l’Ue e la Turchia sollevano numerose e gravi questioni sul rispetto dei diritti umani”.

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Una sorta di elenco di criticità, che al primo posto vede l’insufficienza del sistema d’asilo greco, zavorrato dal mancato arrivo dei 4000 euro-professionisti, seguito dalla detenzione dei richiedenti asilo negli hotspot (ormai diventati centri di detenzione) nelle isole greche dell’Egeo orientale e sino all’invio (a singhiozzo) dei rifugiati in Turchia. Ankara, come dimostrano gli arresti recenti di numerosi giornalisti e la crociata di Erdogan contro i social network, non offre garanzie democratiche e relative alle libertà individuali.

Un imbuto quindi, che cozza con i toni trionfalistici ascoltati nei giorni scorsi. Prima Renzi (“ho molto apprezzato la lettera di Juncker, lo ringrazio per la sensibilità“) e poi Alfano (“su patto italiano consenso di molti”), con lady Pesc Mogherini che il 27 aprile presenzierà alla proiezione di ‘Fuocommare’ sul red carpet del Parlamento Europeo, evento organizzato dagli eurodeputati Dem.

Per questo l’assemblea chiede agli Stati membri e all’Ue di procedere con due azioni: in primis ricollocare in Europa i rifugiati che si trovano attualmente in Grecia, anche se Berlino frena sulla scorta del trattato di Dublino che scarica tutto il peso sul paese di prima accoglienza; e riconoscere i fondi promessi alla Turchia.

Già, la Turchia, che addirittura adesso fa la voce grossa con Bruxelles. Il governo turco si dice pronto a cancellare il suo accordo se i Paesi Ue non rispetteranno gli impegni presi. La minaccia del premier Davutoglu riguarda la facilitazione dei visti per i turchi entro giugno, il vero obiettivo di Ankara, nonostante di progressi interni il paese sul Bosforo non ne abbia fatti. Un maledetto puzzle che si scompone, anziché trovare la quadra, come dimostra la vitalità con cui i trafficanti di carni stanno riorganizzando il loro business, mentre la politica non riesce a decidere il da farsi.

Dopo il caso dei migranti che acquistano per 7500 euro un posto in jet da turismo che dalla Grecia li portano in Germania (volando a bassa quota con aerei che prima venivano usati per trasportare droga) ecco affiorre altri casi per così dire “più raffinati”. I contrabbandieri greci si sono inventati una tariffa forfait di 10mila euro per i migranti più abbienti (siriani fuggiti dalla guerra che avevano negozi, imprese, attività redditizie) e offrono un pacchetto tutto compreso: con falsi passaporti, biglietti aerei di prenotati con nomi falsi, e persino documenti falsi di soggiorno per chi arriva in Grecia. Secondo alcuni testimoni, già centinaia di persone avrebbero raggiunto le isole greche e da lì sarebbero andati fuori dal paese. Il timore degli apparati di sicurezza europei è che il nuovo “servizio” non sia ad appannaggio solo di migranti siriani o di profughi che si indebitano, ma possa essere sfruttato dai terroristi dell’Isis, che ad Atene contano già su una cellula parecchio attiva, come emerso dai primissimi giorni successivi al massacro del Bataclan.

E nelle stesse ore in cui in Grecia è stata accesa la Fiamma Olimpica, che inizia il lungo viaggio verso Rio de Janeiro, ecco i primi casi di malaria nel campo di Idomeni e nell’hotspost del Pireo. Ieri è deceduta una 17enne afghana, si teme per le precarie condizioni igieniche.

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