Una fuga di greggio fuoriuscito da una piattaforma petrolifera a 7 chilometri al largo delle coste delle isole Kerkennah preoccupa da un paio di settimane la Tunisia. Secondo il ministero dell’Industria di Tunisi la causa è stata “una perdita di petrolio alla sommità del pozzo di estrazione Cercina 7 della piccola compagnia locale Thyna Petroleum Services“, una società mista della tunisina National Oil Company e della Entreprise Tunisienne d’Activités Pétrolières. La Thyna è ora ritenuta al momento responsabile di quanto successo. La “marea nera” ha interessato la costa della regione di Sfax, dove si trovano tra le spiagge più belle dell’arcipelago, frequentata meta turistica del Paese nordafricano. Per giunta il mare inquinato si trova a 120 chilometri da Lampedusa. Secondo il governo le chiazze sono ora sotto controllo.

L’incidente è scaturito da una rottura della provetta di controllo, un tubo con un diametro di circa 10 millimetri, delle condotte sottomarine appartenenti alla società. Tunisi potrebbe imporre ora una sanzione alla società petrolifera fino a 50mila euro, oltre al pagamento di un indennizzo ai pescatori dell’arcipelago per le conseguenze del versamento di petrolio. L’Agenzia nazionale di protezione dell’Ambiente ha dichiarato inoltre che gli interventi di bonifica nell’area saranno terminati entro i primi giorni della settimana prossima.

La notizia ha provocato polemiche in Italia a poche settimane dal referendum del 17 aprile sulle trivellazioni in mare. Dopo gli allarmi di Greenpeace e Legambiente, anche il blog di Beppe Grillo ha rilanciato l’allarme. Il Movimento 5 stelle, due giorni fa, ha chiesto al “governo d’intervenire per avere notizie certe” con una interrogazione parlamentare del senatore Vincenzo Santangelo e del deputato Davide Crippa.

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