Bruxelles Salah 675

Quattro mesi dopo la strage di Parigi, il ricercato numero uno in Europa si nascondeva a 500 metri da casa sua, nel cuore di Molenbeek, coperto da una complice omertà che ricorda la mafia italiana.

A Bruxelles molti lo sospettavano, lo temevano, non osavano dirlo. Che Salah Abdeslam, la “primula rossa” del Bataclan, si nascondesse nello stesso posto da dove è partito quattro mesi fa per il macello di Parigi pareva inverosimile. Eppure si è rivelato grottescamente vero. Che Abdeslam abbia considerato Molenbeek il posto più sicuro per nascondersi dopo la strage di Parigi deve far riflettere.

Deve far riflettere i benpensanti che, trincerati dietro un intellettuale buonismo da eruditi e spesso benestanti filantropi, si ostinano a negare il fatto che all’interno della comunità araba di Bruxelles esista un sottobosco di tacita complicità con chi compie gesti di violenza estrema nei confronti di quegli “occidentali” visti come oppressori da combattere. Che questo sottobosco non costituisca assolutamente la maggioranza della comunità araba è ovvio, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo.

Deve far riflettere i responsabili politici della ghettizzazione che a Bruxelles – città dove gli immigrati extracomunitari sono arrivati ormai alla terza e quarta generazione – si è stratificata negli anni, creando delle risacche di criminalità. In cambio di pacchetti di voti assicurati, alcuni partiti politici si sono rifiutati di prendere quei provvedimenti che avrebbero evitato il crearsi di simili zone franche pericolose per l’intera città – e non solo – e per i loro stessi abitanti, generazioni di immigrati abbandonati a se stessi senza una possibile chance di integrarsi. Chi è più razzista? Chi vuole smantellare i ghetti o chi lascia che si creino?

Deve far riflettere i cittadini occidentali, belgi in questo caso specifico, sulle conseguenze di un’integrazione di facciata. È facile accettare il multiculturalismo quando questo è fatto di tante scatole non comunicanti tra loro, belgi, expat (europei), arabi, africani, tutti nella stessa città ma spesso rinchiusi nelle loro piccole comunità circondate da barriere ideologiche, linguistiche, religiose e quant’altro. Quanti expat vivono a Bruxelles senza conoscere nemmeno un belga? Quanti belgi vivrebbero all’inferno piuttosto che a Molenbeek? Quante donne arabe sono veramente padrone di loro stesse? Il multiculturalismo è di per sé un’ottima cosa, ma solo se prevede una mutua accettazione delle diverse culture e un reciproco scambio di idee e momenti di vita. Se bisogna vivere da separati nella stessa città, è meglio che ognuno se ne stia a casa propria.

Infine deve far riflettere sicuramente le forze dell’ordine belghe, quattro mesi per scovare Abdeslam a casa sua sono davvero troppi. Ecco che l’arresto di Salah Abdeslam ricorda vagamente quello di Bernardo Provenzano, il primo scovato nella sua Molenbeek, il secondo nella sua Corleone. Nessuno lo aveva visto in questi quattro mesi? La sua famiglia (a 500 metri) non sapeva niente? Perché tutta questa diffidenza nei confronti delle forze dell’ordine e dei giornalisti per le strade di Molenbeek? L’arresto di Abdeslam si conclude oggi, ma i problemi di Molenbeek, Bruxelles e dell’Europa intera non finiscono qui.

@AlessioPisano

www.alessiopisano.com

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