L’ex presidente del Consiglio Mario Monti e l’attuale ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan non commisero alcun reato quando decisero di pagare in favore di Morgan Stanley & Co. International 3,1 miliardi di euro , in applicazione della clausola di early termination (risoluzione anticipata) dei contratti di swap (derivati) stipulati dall’Italia tra il 1994 e il 2008. Lo ha stabilito il collegio per i reati ministeriali del Tribunale di Roma che, il 22 gennaio, ha depositato in cancelleria l’ordinanza che accoglie la richiesta di archiviazione già formulata il 30 marzo 2015 dal pubblico ministero.

LIBERI TUTTI – Il procedimento era nato dalle denunce presentate – oltre che dall’Associazione Tribunale Dreyfus – dai presidenti di Adusbef e Federconsumatori, Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, in seguito all’apertura dell’inchiesta della Procura di Trani dove sono sotto processo sei manager e analisti delle società di rating Standard & Poor’s (che fa capo a McGraw-Hill Financial, di cui Morgan Stanley deteneva il 2,75%) e Ficht per manipolazione del mercato finanziario in relazione al declassamento del debito pubblico italiano nel gennaio 2012. Nonostante l’opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dalle due associazioni dei consumatori i magistrati del Tribunale dei ministri hanno deciso per il non luogo a procedere nei confronti di Monti e Padoan, dichiarandosi inoltre incompetenti circa la posizione della dirigente generale del ministero dell’Economia (Mef), Maria Cannata. “Entrambi i ministri sono del tutto estranei all’attività di stipulazione e di successive integrazioni e modifiche di tutti i contratti di finanza derivata”, che hanno generato tanto i debiti quanto i conseguenti pagamenti oggetto delle denunce di Lannutti e Trefiletti. Se Monti ha assunto la carica di presidente del Consiglio nel novembre 2011, Padoan è entrato nell’esecutivo addirittura nel febbraio 2014. “Mentre i contratti sono stati stipulati e modificati – sottolineano i magistrati – nel periodo compreso tra gli anni 1994 e 2008”.

NESSUN REATO – Di fatto, si legge nell’ordinanza, entrambi “si sono limitati a dare esecuzione ad impegni contrattuali assunti dai rispettivi predecessori”. Non solo. A scagionare i due esponenti dell’esecutivo del tempo ci sono anche le conclusioni della consulenza tecnica che ha definito “buone le modalità di gestione della crisi contrattuale”. Ma anche un ulteriore rilievo dei magistrati: “Il mancato adempimento delle clausole contrattuali” avrebbe comportato “la perdita di credibilità finanziaria ed affidabilità dello Stato”. Niente reato di truffa, quindi. Anche perché non è emerso “alcun elemento, neppure indiziario, che la partecipazione, percentualmente minima e indiretta di Morgan Stanlay & Co. in Standard & Poor’s, possa aver determinato un artificioso declassamento del debito sovrano italiano”. Vicenda della quale si sta occupando, appunto, il processo di Trani. Inesistente secondo i magistrati anche il reato di omissione in atti d’ufficio. Premesso che “sono state concordate con la controparte misure più favorevoli per lo Stato italiano”, conclude il collegio, la decisione di procedere al pagamento – “peraltro previa riconduzione a maggior equità del debito” – appartiene “ad un profilo di alta politica finanziaria” sottratta “alla valutazione del giudice penale” e attinente “alle modalità di esercizio della discrezionalità politica”.

ADUSBEF ALLA CARICA – Un epilogo di fronte al quale, sentito da ilfattoquotidiano.it, il presidente dell’Adusbef Lannutti si dice “esterrefatto”. Pur continuando a puntare il dito contro “quei contratti sottoscritti con le banche d’affari e già costati 20 miliardi di euro, dal 2011 al 2015, al pubblico erario” e che “impediscono la riduzione del debito pubblico, un vero e proprio macigno che grava sull’Italia”. E adesso? “Prendiamo atto che secondo il Tribunale dei ministri la responsabilità non è né di Monti né di Padoan – prosegue Lannutti –. Ma data la gravità della vicenda dei derivati di Stato, continueremo a denunciare i fatti direttamente nelle mani del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, invocando trasparenza e diritto alla conoscenza, come abbiamo già fatto insieme ai deputati e senatori del Movimento 5 Stelle”. Perché, prosegue il presidente dell’Adusbef, “i cittadini hanno diritto di sapere chi paga, per cosa paga e chi è il responsabile di questi contratti capestro”.

Twitter: @Antonio_Pitoni

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