Di tempo ce n’è voluto. Ma alla fine è arrivato lo scacco a Telecom nella partita per la fibra: il governo di Matteo Renzi ha deciso che lo Stato investirà nella costruzione della rete di telecomunicazioni a banda ultralarga e ne resterà proprietario. E’ questo il modello che verrà usato nelle zone a fallimento di mercato sulla falsariga di quanto previsto in un progetto sul tavolo di Palazzo Chigi da quasi un anno e mezzo. Il Comitato per la banda ultralarga di palazzo Chigi (Cobul), come riferito da Repubblica, ha fatto marcia indietro sui finanziamenti pubblici a fondo perduto pari al 70% del totale investito. Denaro al quale in passato Telecom Italia ha attinto a piene mai per costruire la sua infrastruttura. La posa dei cavi sarà appaltata in parte a società private, ma la rete resterà appunto pubblica. Come ha spiegato il sottosegretario Antonello Giacomelli, si tratta di un vero e proprio ritorno dello Stato nell’industria delle telecomunicazioni con 4 miliardi di investimenti (Cipe più fondi regionali) stanziati per portare la fibra in 7.300 Comuni.

Con questa mossa, insomma, il governo manda in soffitta l’ipotesi del “condominio” di operatori chiudendo la porta in faccia a Telecom. All’annuncio del Cobul dovranno però ora seguire i fatti. Il primo banco di prova arriverà con i bandi per l’assegnazione di 2,2 miliardi fondi pubblici sbloccati ad agosto da Renzi. Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, in queste ore il Cobul, composto da presidenza del consiglio, ministero dello Sviluppo economico e Regioni, sta studiando le linee guida da fornire a Infratel, società pubblica che gestirà le gare e diventerà in seguito proprietaria della nuova rete di telecomunicazioni dello Stato. L’esecutivo, allineandosi alle disposizioni di Bruxelles, sembra orientato a favorire gli operatori che non offrano anche servizi di telefonia, come voleva la bozza del decreto comunicazioni scomparso a giugno dall’agenda del governo.

Questa preferenza favorisce indirettamente l’Enel che ha appena costituito una società ad hoc per lo sviluppo della fibra, Enel Open Fiber, che presenterà il suo piano industriale entro fine gennaio. Per ora si sa solo che l’obiettivo dichiarato del gruppo guidato da Francesco Starace è posare la fibra nell’ambito di un ampio piano di sostituzione di 33 milioni di contatori dislocati in ogni angolo del Paese. Per realizzare questo progetto, Enel Open Fiber sarà probabilmente strutturata su due pilastri: il primo che si occuperà degli investimenti nelle aree a fallimento di mercato (C e D) e il secondo delle zone ad alta competizione (A e B) come le grandi città.

Insomma, tutto sembra finalmente tornare nella strategia del governo sulla banda ultralarga. Tuttavia c’è ancora un’incognita all’orizzonte che riguarda i fondi pubblici delle Regioni: se l’esecutivo non procede rapidamente con un approccio nazionale coordinato, c’è il rischio che gli enti locali vadano avanti da soli posando la fibra. Ciò renderebbe meno interessante il progetto banda ultralarga agli occhi dell’Enel che punta a sinergie di larga scala. Insomma, a questo punto, il fattore tempo è essenziale. Non resta che chiedersi se anche il governo ne abbia preso definitivamente coscienza.

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