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Casamonica a ‘Porta a Porta’, la canonizzazione in diretta tv

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Vittorio Casamonica rischia di rubare il primato della santità a Karol Wojtyla. Ci sono voluti appena nove anni per canonizzare san Giovanni Paolo II, un record nella storia recente della Chiesa cattolica, ma poche settimane per elevare agli onori degli altari il boss di Roma. A santificare don Vittorio ci ha pensato la figlia Vera nel salotto televisivo di Bruno Vespa: “Per noi lui era un re. Lui era un papà buono, assomigliava al Papa buono, che era Wojtyla”.

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Anche se la citazione è errata (il “Papa buono” era Roncalli), la canonizzazione in diretta su Raiuno rischia di amplificare, e non poco, il funerale “hollywoodiano” che è stato concesso al boss Vittorio. Alla carrozza con i cavalli, all’elicottero che gettava petali lungo il tragitto del corteo funebre, ai manifesti sulla facciata della chiesa con Casamonica vestito da Papa sui quali campeggiava il necrologio “Hai conquistato Roma ora conquisterai il paradiso”, adesso si aggiunge anche la santità proclamata a favore di telecamera. C’è un limite a tutto. Anche all’indecenza.

Un limite violato beffardamente da chi, a iniziare dal parroco di San Giovanni Bosco che ha celebrato i funerali del boss Vittorio, non ha rispetto per la gente cosiddetta perbene. Come perbene era Piergiorgio Welby che, da anni ammalato di distrofia muscolare, aveva manifestato pubblicamente la richiesta di sospendere l’accanimento terapeutico sul suo corpo. Al momento della sua morte, il 20 dicembre 2006, l’allora cardinale vicario di Roma Camillo Ruini gli negò i funerali. Funerali che, per uno strano scherzo del destino, si sarebbero dovuti celebrare proprio nella stessa chiesa dove è stato dato l’addio al boss Casamonica.

Per Welby nessun mea culpa da parte della Chiesa cattolica per una decisione – diciamolo chiaramente – sbagliata, nessuna canonizzazione post mortem, anzi perfino l’oltraggio di non aver meritato il funerale che invece è stato concesso subito e senza un minimo dubbio a don Vittorio. All’epoca Ruini definì la sua una “decisione sofferta, nella consapevolezza di arrecare purtroppo dolore e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona del malato può disporre”. Una decisione che oggi, con la canonizzazione tv di Casamonica, mostra ancora di più la sua totale assurdità.

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