Wikileaks ha messo in rete centinaia di nomi, di politici – da Matteo Renzi a Silvio Berlusconi – di istituzioni, dai servizi segreti alla polizia, dalla Guardia di finanza ai carabinieri, che ricorrono nelle mail interne della società Hacking Team, la società milanese che si occupa di sorveglianza e che è stata colpita da un attacco informatico il 6 luglio. Già nel 2011 Julian Assange aveva inserito l’HT tra le società che operano nel campo dello spionaggio. Ed ha pubblicato oltre un milione di comunicazioni di quella che definisce “la controversa azienda di sorveglianza globale”.

Ricorre diverse volte il nome del premier – così come quello di Berlusconi e di tanti altri politici – in una serie di mail che danno conto di notizie di attualità politica. Molta attenzione viene naturalmente riservata alla sicurezza cibernetica ed emergono anche scambi su visite in Sudan, uno degli Stati non democratici cui – secondo le accuse di vari attivisti – Hacking Team avrebbe venduto il suo software spia. “L’attività da svolgere – si legge in una mail sul Sudan – sarà: dare un follow up al training fatto qui (che praticamente era basic), dare continuità alle tecniche di attacco e infine verificare anche lo stato del sistema alla luce delle migrazioni che stavamo facendo e al check del livello di sicurezza (firewall, etc.)”.

Ma la società guarda con interesse anche ad un’altra nazione ad alto rischio, la Libia. In una mail dello scorso 25 maggio gli uomini dell’HT parlano della possibilità di fare affari in Libia. “Per la Libya – scrive uno del gruppo – sono scettico, è un failed state, possiamo chiedere l’autorizzazione ma davvero non so se è un paese in black list. Magari cominci a informarlo sulla documentazione che dev’essere fermata dal cliente governativo per una nostra vendita? Poi possiamo procedere, al massimo la Libia è in black list e non vendiamo. Il governo italiano decide, il governo italiano ha la migliore intelligence a cui possiamo e dobbiamo attingere per un’autorizzazione, è la legge”.

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