Enrico Letta ha avuto tanti difetti, come leader e come premier, ma aveva avuto un’intuizione: questo Paese ha bisogno di una classe dirigente e le persone che ne fanno parte devono avere l’occasione di conoscersi tra loro. Per questo organizzava ogni anno un evento, VeDrò, che serviva soprattutto a favorire la nascita di un’élite trasversale agli schieramenti politici, ma unita dalle competenze (spesso dall’ambizione) e dalla propensione all’impegno pubblico. Gli è anche servita da base per elevarsi verso Palazzo Chigi, ma l’esperimento di VeDrò era interessante.

Matteo Renzi non ha quel tipo di sensibilità. Sembra selezionare i vertici di aziende, ministeri e istituzioni col criterio della fedeltà, possibilmente accompagnata da una propensione alla sudditanza. Anche i suoi slanci di rottamazione si sono fermati di fronte alla banale constatazione che non conosceva nessuno da mettere al posto dei rottamati. Nei cda di aziende partecipate dallo Stato con fatturati di miliardi ha piazzato uomini di fiducia, come il tesoriere della sua fondazione Alberto Bianchi, finanziatori tipo Fabrizio Landi in Finmeccanica, amici e sodali di vario genere. E ha ripescato pezzi di un establishment che, in teoria, il renzismo avrebbe dovuto cancellare, da Luisa Todini a Emma Marcegaglia a Gianni De Gennaro. I pochi elementi classificabili come “classe dirigente” tendono ad arrivare dalle relazioni internazionali di Marco Carrai, a sua volta amico, consigliere, privo di ogni ruolo pubblico (e dunque dei requisiti di trasparenza che ciò comporta).

Anche tutta la partita sulla Cassa depositi e prestiti si muove secondo questo copione: all’improvviso Renzi decide di rottamare, per ragioni poco chiare, un veterano come Franco Bassanini, fino a ieri ascoltatissimo (e perfino utile, per competenza ed esperienza) consigliere. Al suo posto dovrebbe arrivare Claudio Costamagna, banchiere d’affari portato a Renzi da Carrai. Costamagna è un valido professionista, ma il punto è il metodo. Con che criterio Renzi decide di sostituire top manager pubblici? Ci darà spiegazioni? È notizia di queste ore che il premier ha dato ordine di congelare tutte le assemblee dei soci controllate dal Tesoro, a cominciare da Equitalia, in maniera da sistemare tutte le caselle allo stesso tempo invece che una per volta, nella speranza di ridurre i problemi e massimizzare il dividendo politico. Ma ormai l’abbiamo capito: Renzi non conosce abbastanza persone di qualità e quindi si fida dei consigli, interessati, dei tanti power broker che stanno alla sua corte. La rottamazione è stata sconfitta dal cinismo misto a capriccio.

il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2015

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