Quarta tappa, e c’è un baby rider che scompiglia il mazzo del Girum 2015. A La Spezia, infatti, vince Davide Formolo detto Roccia, che sarà il futuro del ciclismo italiano. Compirà ventitré anni il 25 ottobre, è nato a Marano di Valpolicella, è alto e magro come un grissino, l’anno scorso al campionato italiano ha reso difficile la vita ad un Vincenzo Nibali in gran spolvero, perdendo il titolo tricolore allo sprint, che non è il suo karma. Proprio perché non è veloce, Davide ha anticipato gli avversari con uno scatto micidiale, “ho visto che il gruppetto si era aperto a ventaglio, c’è stato un leggero rallentamento e allora ho spinto al massimo, col rapporto più duro che potevo”. Era entrato nella fuga giusta, cioè l’unica, dopo appena 20 chilometri, insieme ad altri 28 attaccanti. Tra i quali, – udite udite – l’etiope Tsgabu Gebremaryam Grmay!

L’insolente Davide è schizzato ai piedi del Biassa, una salita (affrontata due volte) di sei chilometri con tratti asfittici al dodici per cento che incombe su La Spezia. Ha guadagnato 35 secondi sulla coppia formata da Giovanni Visconti e il francese Amael Moinard, scollinando per primo, mentre dietro rinvenivano con imperiale prepotenza Fabio Aru, Alberto Contador e Rigoberto Uran Uran, che tuttavia non è riuscito a tenere la ruota dei rivali. Formolo filava in discesa verso il traguardo, dietro erano in dodici a dargli inutilmente la caccia: il fior fiore del Giro, da Contador a Richie Porte, da Aru a Roman Kreuziger. Tanto per capire lo spessore dell’impresa. Formolo trionfava con ventidue secondi su Simon Clarke e gli altri. L’abissino Grmay si piazzava quarantaseiesimo, a 8 minuti e 34 secondi.

La maglia rosa Michael Matthews, intanto, annegava nel Golfo dei Poeti, scusate l’irriverente metafora: sprofonderà a venti minuti. Ma la sua Orica GreenEdge mantiene lo stesso il simbolo (provvisorio) del primato: la maglia è passata sulle spalle del compagno Clarke, un altro australiano – che parla un ottimo italiano, ha vissuto e ha corso in Toscana. Commosso, lacrime e tanta gioia, come ai tempi di un ciclismo antico e ingrato. Quando ha vinto la volata degli inseguitori di Formolo, ha sollevato le braccia al cielo, tanto era felice. Gli australiani in bici hanno fama di corridori duri e spregiudicati, soprattutto i pistard e molti degli stradisti aussies vengono dalla scuola di vita (e di spietatezza) dei velodromi. Quanto al giovanissimo Formolo, nemo propheta in patria…lo hanno ingaggiato un anno fa gli americani della Garmin Cannondale, alla conferenza stampa ha sfoggiato un inglese encomiabile e disinvolto, “a scuola ho imparato le regole fondamentali, ma con loro è stato molto più bello e utile, mi è bastato un mese per capirmi con quelli del team, e poi non è difficile intendersi quando si è ciclisti, la bicicletta è la stessa ovunque, ha sempre due ruote e due pedali…in sella, ogni giorno ho imparato nuovi verbi e nuove parole…”. Ha lo sguardo sornione di chi non ha paura di nessuno, se non di se stesso.

Pure Grmay parla un ottimo inglese, l’ha imparato in Sudafrica, dove ha corso con la Mtn per tre stagioni prima di passare alla Lampre-Merida (devo correggermi: non vive a Lugano, ma nella vicinissima Mendrisio). Meno volentieri Tsabu ricorda invece i sette tribolati mesi trascorsi nel Vallese, ad Aigle, dove ha frequentato il World Cycling Center, un centro di formazione voluto dall’Unione Ciclistica Internazionale per perfezionare tecnicamente i corridori dei Paesi che non hanno strutture del genere e tradizioni agonistiche. Nel senso che è stato costretto a lavorare duramente, “però è lì che sono diventato un vero corridore”. Quanto quel tirocinio gli abbia fatto bene lo dimostra la costante progressione in classifica generale: dopo quattro tappe è addirittura quarantesimo, a 10’30” da Clarke. Soprattutto, Tsabu è diventato il numero 2 della Lampre, il polacco dal nome impronunciabile Przemyslaw Niemiec è 29esimo, a 4’31” dalla maglia rosa.

Perché tanto entusiasmo per la vittoria del precoce Formolo? Perché si è imposto al termine di una tappa di notevole spessore agonistico e di buoni contenuti tecnici: diciamo la vigilia perfetta dell’Abetone, dove si concluderà la quinta tappa, la prima con arrivo in salita: diciassette lunghi chilometri di ascesa alla pendenza media del sette per cento. Aru e Contador hanno già affilato i manubri, Porte li seguirà come un’ombra, Uran Uran cercherà di limitare i danni. E il giovanissimo Formolo? “Vivo giorno dopo giorno, all’Abetone arriveremo in tre: io e le mie gambe che mi fanno male…”.

Conteremo feriti e morti, dopo l’abbrivio ligure che è stato severo e tirato. Anche in questa quarta tappa di 150 chilometri non c’è stata requie, pianura nemmeno a sognarla, lungo strade strette, l’incubo di cadere a ogni curva, dopo quel che è successo allo sventurato Domenico Pozzovivo che per fortuna si è ripreso e lascerà giovedì l’ospedale San Martino di Genova.

Incontro il commissario tecnico della nazionale Davide Cassani che per Formolo stravede, “tanto da portarlo ai Mondiali a Ponferrada, in Spagna, l’anno scorso. Ha fatto la riserva, comunque un’esperienza importante e fondamentale, alla sua età: i numeri li aveva già fatti vedere. È un talento: ha una testa della madonna, vive per il ciclismo va forte in salita, non va piano a cronometro”. Tra l’altro, Formolo non aveva in programma il Giro, sono stati quelli della Garmin a proporglielo dopo il Giro dei Paesi Baschi: “Probabilmente si sono accorti che stava bene. La cosa che mi sorprende è proprio il modo in cui ha mollato i compagni di fuga, un’azione perentoria, da campione maturo: non è che l’hanno lasciato andare, è lui che ha forzato. Dietro, ci hanno provato a riprenderlo, e c’erano i migliori del Giro, mica corridori normali. Hanno preso tutti fuorché lui e questo vuol dire qualcosa. È una promessa. Bisogna lasciarlo crescere: naturale. Senza bavaglio”.

È arrivato troppo presto, questo successo? “No. Semmai, mi aspetto un’altra sua gran bella tappa. Pensa a quel che ha fatto Aru, al suo primo Giro d’Italia. I segnali c’erano tutti, da dilettante era molto forte. Appena passato professionista, si è piazzato al Giro della Svizzera e a quello della Turchia. È molto determinato, ha una cattiveria agonistica insolita. Tutto quello che c’è da fare lo fa in bici, è più maniacale di Ivan Basso”. È la sua prima vittoria da prof, è arrivato a questo Giro avendo nelle gambe 30 giorni di gare. Non chiedetegli cosa pensa degli altri: “Non mi piace rilasciare commenti sugli avversari. Sono molto concentrato sulle mie performance”. Dice “performances”, ha una proprietà di linguaggio assai simile al suo modo di correre: essenziale, efficace, risoluto. Ha studiato da perito meccanico, convive da due mesi con una ragazza coetanea che si chiama Mirna e che non fa sport “perché lavora”. Non è figlio d’arte, ma in casa il ciclismo è una passione. Il padre l’ha trasmessa al figlio che già a sei anni correva in bicicletta. la sua filosofia è molto zen: “Nessuno mi ha messo pressione addosso, dunque è il modo migliore ottenere cose belle. Sono qui al Giro per imparare ed esplorare i miei limiti”. Uno, è il peso: appena 64 chili, ancora pochi. Da dilettante, era peggio d’uno stecchino, un metro e 81 d’altezza e meno di sessanta chili. Legge poco, confessa, ma ha divorato in tre giorni il libro di Ivan Basso, il suo idolo, “io amo questo sport, sono felice di faticare e di impegnarmi allo spasimo”, ama allenarsi da solo, anche fino a sette ore al giorno, è molto pignolo in fatto di alimentazione, e “ci metto sempre l’anima, sia in gara che fuori”. Pedalare non stanca, “se ami questo sport, questo lavoro; non avete idea quanto è bello alzarti la mattina e scoprire che vai al lavoro, alla bici, con gioia, per scoprire nuove emozioni, nuovi limiti”.

Beh, anche Tsabu la pensa così. Non è stakanovista come Formolo, comunque le sue emozioni le ha provate, eccome: “Incrociando nei miei allenamenti in altopiano il più grande campione d’Etiopia, Haileh Gebreselassie, che ha vinto tutto, nella sua carriera di fondista e maratoneta, tigrino come me. Adesso a Macallé la gente comincia a riconoscermi, e questo mi riempie d’orgoglio, mi stimola a migliorarmi. Dopo il Giro, che spero di terminare, vorrei provare ad affrontare il Tour de France”. La nouvelle vague del ciclismo ha le idee chiare, e un approccio assolutamente friendly, per usare una parola alla moda. Sono giorni da incorniciare, per Grmay: nella speciale classifica generale del miglior giovane, è ora quarto. In testa c’è il colombiano Johan Es Chaves Rubio, secondo è Fabio Aru, terzo Davide Formolo. L’unico cruccio? Non aver racimolato nemmeno un punto nella classifica del Gran Premio della Montagna, lui che è scalatore. Roba da Ecce Bombo.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Giro d’Italia 2015, a La Spezia Petacchi vuole tornare Jet

next
Articolo Successivo

Roberto Baggio, quel che resta (in tutti noi)

next