Erano state massacrate il 7 settembre 2014 nella loro casa di Bujumbura, capitale del Burundi. Un’ondata di sdegno aveva attraversato il nostro paese, poi più nulla. Un malato psichiatrico arrestato in poche ore e accusato del triplice omicidio aveva messo a tacere tutti. Fino a quando – a gennaio – il coraggioso lavoro d’inchiesta di Radio Publique Africaine aveva portato alla luce un’altra verità: le missionarie saveriane Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian erano venute a conoscenza di traffici illeciti di medicinali e minerali ed erano sul punto di denunciare la cosa. Mandante eccellente, il capo dei servizi segreti, più tardi promosso a inviato speciale del presidente della Repubblica, di cui è il braccio destro. Un affare di stato, insomma. Le cui implicazioni sono ancora lungi dall’essere emerse tutte. Lo conferma a IlFattoQuotidiano.it il direttore di RPA, Bob Rugurika, giornalista arrestato il 20 gennaio a seguito della messa in onda dell’inchiesta e liberato quasi un mese dopo, sotto le forti pressioni internazionali.

Bob, che relazione c’è tra il suo arresto e l’inchiesta sul triplice omicidio delle missionarie italiane?
“Il mio arresto è direttamente legato ai risultati dell’inchiesta, che hanno dimostrato che nell’omicidio ci sono implicazioni degli uomini forti del regime, implicazioni della polizia e dell’ex capo dei servizi segreti, Adolphe Nshimirimana. Quando hanno capito che ce ne stavamo occupando e che la versione ufficiale del governo veniva messa in discussione, hanno deciso il mio arresto. Volevano farmi paura, volevano che io abbandonassi il dossier, perché diffondevo la testimonianza diretta di uno dei loro, che aveva partecipato all’assalto e aveva poi deciso di parlare sotto anonimato”.

Sul suo caso si sono mobilitati ong, Unione Europea e Stati Uniti. L’Italia non ha detto nulla. Perché, secondo lei?
“Penso che il governo italiano e la Chiesa cattolica siano imbarazzati da questo dossier e dalle sue implicazioni. Ci sono connivenze, connessioni con la gente di potere che non sono ancora venute alla luce. Penso che il governo italiano non abbia ancora voluto reagire ufficialmente, perché a conoscenza di altre informazioni imbarazzanti nel dossier. Ma non bisogna commettere l’errore di pensare che il governo italiano non stia facendo il suo lavoro. Penso che abbia preferito passare dall’Ue per dare più forza al dossier. Non per nulla, so che a lavorare al parlamento europeo è stata la parlamentare italiana Cécile Kyenge, che ringrazio, perché col suo lavoro e la risoluzione votata da Strasburgo il potere è stato costretto a liberarmi. Penso che l’on. Kyenge e altri stiano ancora lavorando per far avanzare il dossier. E aggiungo una cosa: il triplo omicidio delle missionarie italiane ha un legame diretto con l’uccisione dell’ex economo del Centre Jeunes Kamenge, il grande centro giovanile avviato parecchi anni fa dai saveriani: Jérôme Ninteretse, 30 anni, fu trovato ucciso in casa sua il 7 maggio 2007 con la moglie incinta, Joëlle Bizimana, di 24 anni. L’assassino è stato rilasciato dopo solo due o tre anni, e ciò conferma che avesse il sostegno del potere“.

Non si tratta del primo caso di italiani uccisi in Burundi in circostanze poco chiare. Nel 2011 a Kiremba morì il volontario Francesco Bazzani, insieme con la suora croata Lucrezia Manic. Con loro, rimase ferita un’altra missionaria italiana, Carla Brianza. Lei vede un legame con gli ultimi avvenimenti?
“È sicuro che il doppio omicidio a Kiremba è stato ordinato da uomini di potere, perché i due assassini hanno ammesso davanti al tribunale di aver ucciso sotto l’ordine di un alto responsabile del partito al potere e l’hanno anche citato davanti alla corte: il deputato Jean Baptiste Nzigamasabo, alias Gihahe. Per ora, si può dire che in tutti questi assassinii c’è la mano dei responsabili politici del partito al potere”.

Ci conferma i moventi emersi dalla vostra inchiesta?
“Sì. Si tratta di traffico di medicinali e minerali, le suore erano al corrente di varie pratiche della gente di potere, dei servizi, che utilizzavano di tanto in tanto i veicoli della missione per fare questi traffici”.

Di che minerali si tratta?
“Principalmente di oro e diamanti e più in generale di tutti i minerali sfruttati illegalmente che vengono in Burundi dal confinante Congo, dalla provincia del Sud Kivu. I potenti di qui portavano avanti questo traffico e il trasporto dei minerali avveniva a volte anche sfruttando i veicoli della comunità religiosa, che alla frontiera non vengono perquisiti”.

In che condizioni vive lei ora? È pienamente libero? Dovrà affrontare un processo?
“Ora sono in libertà provvisoria, dopo aver dovuto pagare una cauzione di 10mila euro. Lavoro, ma con estrema difficoltà, poiché tutti i miei movimenti sono sorvegliati e temo per la mia sicurezza. Corro un grande pericolo di morte. La giustizia sembra non voler portare il mio dossier davanti al tribunale, perché il dossier è vuoto e anzi temono che un processo gli si ritorca contro e faccia emergere la verità”.

Continuerete a seguire il caso del triplice omicidio o considerate il vostro lavoro terminato?
“Abbiamo altri elementi sui quali stiamo lavorando e faremo altre rivelazioni. La RPA è pronta a collaborare nella ricerca della verità e pronta ad aiutare la giustizia burundese e internazionale”.

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