Con una serie fulminea di provvedimenti – confrontata con la consueta lentezza dell’amministrazione della giustizia in Italia – il lager dei delfini di Rimini è stato colpito al cuore. Al sequestro preventivo dei quattro cetacei, avvenuto nel settembre 2013 su disposizione della Procura della Repubblica e confermato dalla Cassazione nel 2014, fece seguito la chiusura del delfinario decretata dal ministro dell’Ambiente lo scorso dicembre. Tra poche settimane inizierà il procedimento penale contro i responsabili del delfinario, il primo in Europa riguardante un maltrattamento di delfini, che a Rimini erano mantenuti in una struttura ben al disotto dei requisiti minimi stabiliti da un decreto ministeriale del 2001, costretti “a comportamenti insopportabili per loro caratteristiche etologiche e quindi incompatibili per la loro natura” e sottoposti “a trattamenti idonei a procurare un danno alla [loro] salute … con conseguenti gravi sofferenze” (dal decreto di citazione a giudizio del pm Marino Cerioni).

Il rispetto delle leggi in materia di maltrattamento animale e di manutenzione dei delfini in cattività è certamente motivo di grande soddisfazione per chi da anni si batte contro comportamenti e situazioni inaccettabili riguardanti questi animali. Occorre però considerare che il problema è complesso, e che anche i delfini di Rimini, ora trasferiti nell’Acquario di Genova, hanno visto migliorata di poco la loro condizione. Non è infatti pensabile rilasciare in mare delfini che sono stati mantenuti in cattività per decenni, o che in cattività sono nati, perché non sarebbero in grado di sopravvivere. Il danno va fatto risalire a monte, al momento di una cattura che non avrebbe mai dovuto avvenire, come ad altrettanto inopportune nascite in cattività – visto che comunque la natura dei delfini, ovunque essi siano nati, è incompatibile con un’esistenza accettabile in ambiti così ristretti. L’unica via d’uscita dalla corrente impasse sarebbe quella di creare un pensionato per delfini in vasti spazi seminaturali, dove possano essere accuditi nel miglior modo possibile in attesa di un ricondizionamento alla vita in libertà, determinato su base molto selettiva, oppure fino alla loro morte per vecchiaia. Purtroppo questi spazi ancora non esistono.

Ma per quale motivo il delfinario di Rimini è stato chiuso solo ora sulla base di leggi che esistono da tanti anni? Si pone qui una questione di fondo che ha a che fare con l’evoluzione della sensibilità nei confronti dagli animali non-umani che è in atto nella nostra società, e che per fortuna riguarda anche magistrati e forze dell’ordine.

La chiusura del delfinario di Rimini ha una portata storica perché è la prima volta che viene condotto un procedimento giudiziario sulla base della percepita sofferenza di un animale acquatico. Dati appena divulgati dall’Eurispes indicano che il 65% degli italiani si dichiara contrario al mantenimento in cattività dei delfini, il che è abbastanza straordinario considerando che la relativa campagna di sensibilizzazione in materia condotta dalla Lav è molto recente. Si tratta di un fenomeno di costume che riguarda in modo assai più vasto l’atteggiamento umano nei confronti del mare e dei suoi abitanti.

Giorni fa una giovane balenottera è finita incastrata tra gli scogli nei pressi di Napoli. Debora Di Meo, che si trovava da quelle parti, non ci ha pensato due volte: è entrata tutta vestita nell’acqua gelata e ha aiutato il cetaceo a riprendere il largo. Così facendo, Debora ha interpretato e attuato l’impulso di milioni di altre persone. Ne è passato di tempo da quel giorno di luglio del 1961 quando tre giovinastri, anch’essi imbattutisi in una giovane balenottera in difficoltà fuori da S. Lorenzo al Mare (Imperia), divennero eroi di paese massacrandola a suon di pallettoni.

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