Abbiamo cominciato con lo stupirci delle grandi capacità mediatiche del Califfato: segno questo di nostra grande incomprensione rispetto a come le cose stavano andando da tempo. Ma in fin dei conti… un ritardo. Il dramma è che il ritardo, forse colmato data l’attenzione dei media a IS, è ora superato dalla enorme irresponsabilità dei media nel comunicare sulle cose che riguardano IS.

Ne è un esempio il modo con cui si annuncia l’esecuzione dei due terroristi in carcere in Giordania. E’ inaccettabile e pericoloso che Rai, Ansa, ecc. annuncino l’esecuzione dei terroristi come una ‘rappresaglia’ o ‘vendetta’.

Mi sembra si sia trattato della esecuzione di una sentenza deliberata da una corte di uno Stato sovrano nei confronti di due criminali.

E’ evidente anche ai più stupidi che la comunicazione è ormai un’arma da guerra, legittimata anche nelle nuove teorie della cosiddetta guerra ibrida, in cui si confondono attori, piani di scontro e armi impiegate. Anche i media si trovano nel conflitto e pertanto le parole e le immagini, meno metaforicamente del solito, sono armi che colpiscono e possono fare molto danno.

Usare parole come ‘rappresaglia’ e ‘vendetta’, in questo caso, significa fare il solito sensazionalismo da cassetta dei media che insulta lo stesso pubblico che li legge, ormai competente e dotato di ragione. Ma significa anche di più: da una parte è cadere nella trappola di IS utilizzando il linguaggio della ‘pancia’ che non gioca a favore di una soluzione difficile del conflitto. Dall’altra, qualora le parole fossero usate con competenza (e in questo caso preferirei la stupidità mediale), si tratta di connivenza.

Il risultato è che IS è più forte grazie alle nostre vulnerabilità. E’ tempo che i media si assumano le responsabilità degli effetti della loro comunicazione.​

 

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