L’astensione è un dato secondario per Renzi e le riforme istituzionali e costituzionali vanno avanti perché, come ha ribadito il ministro Boschi “ce le chiede il paese” e per sottolinearne l’urgenza si è congedata frettolosamente dai giornalisti perché doveva andare in Commissione.

Per Renzi, che deve avere in Rossella O’Hara un faro irresistibile, ogni domani  è veramente “un altro giorno” che deve far dimenticare il precedente e dunque i numeri incredibili dell’astensione in Emilia con oltre settecentomila elettori del Pd rimasti a casa,  già “secondari” a caldo, sono a distanza di 72 ore meno di una pallida ombra.

Che il partito della Nazione sia andato a sbattere contro la tangibile indisponibilità degli elettori ad avallarlo, proprio nella regione che è da sempre il simbolo della fedeltà al Pd da votare anche turandosi il naso, non turba minimamente il percorso, il metodo e i contenuti dell’Italicum né del Senato dei non eletti, né tantomeno della delega sul Jobs Act approvata in totale solitudine dalla maggioranza.

A margine del voto che ha registrato ufficialmente e platealmente il dissenso della minoranza del Pd con 40 deputati fuori dall’aula insieme al M5S e a Sel, Renzi ha twittato esultante per la vittoria, senza il ricorso al voto di fiducia, e ha rilanciato avanti con le riforme, questa è la volta buona”.

Quanto lo sia, l’aveva esternato, in perfetta sinergia con il premier, il Berlusconi “tonico” secondo tutti i commentatori, Il Cav. che giganteggia” per Il Foglio, nell’ufficio di presidenza di FI all’indomani di un risultato che per lui e per i cocci del suo partito sarebbe suonato come la campana a morto se Renzi non l’avesse agganciato al treno delle “riforme”. Berlusconi ha ribadito come su quel treno voglia rimanerci a tutti i costi, sia che ci sia il premio alla lista che alla coalizione, e in funzione della seconda ipotesi si è subito aggrappato all’appeal di Salvini e alla Lega resuscitata.

E già che c’era, evidentemente sempre più fiducioso che questa sia “la volta buona” per “le riforme” ha esplicitato anche quale sia il significato complessivo della parola. Come era scontato si scrive Italicum e si legge, ovviamente, patto di ferro con Renzi per l’elezione del capo dello Stato che dovrà garantirgli  “l’agibilità politica” e cioè il non meglio definito “lasciapassare quando arriveranno le sentenze dei processi in itinere. Le lancette dell’orologio politico rimangono sempre bloccate alle esigenze impunitarie di Berlusconi mentre imperversa il mantra politico-mediatico del cambiamento, del cronoprogramma quotidiano e del niente mai più come prima.

Forse il contenuto completo dell’“accordo per andare d’accordo” tra Berlusconi e Renzi non era un segreto per nessuno; comunque l’unico che ha dato la notizia delle dichiarazioni di Berlusconi, un’uscita che avrebbe indotto i fedelissimi a consigliargli maggiore prudenza, è stato solo il Tg di Mentana. A siglare l’immobilismo infinito della politica da museo delle cere c’è stata la presentazione dell’immancabile libro-panettone di Bruno Vespa, dove sotto lo sguardo compiaciuto dell’autore Berlusconi ha ribadito che “la sua agibilità politica” è fondamentale per “agevolare le riforme” e che lui sarebbe l’ideale inquilino del Quirinale, ma nell’impossibilità si accontenterebbe di “uno come lui”.

La domanda sottostante è che cosa muova il rottamatore dei “ferrivecchi della politica”, che in Emilia Romagna ha rottamato soprattutto suoi elettori, a rilanciare l’accordo con chi rappresenta solo un passato inglorioso e che cosa abbia comunicato all’inquilino del Quirinale in merito “al percorso condiviso sulle riforme” dopo l’approvazione in solitaria del Jobs Act.

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