I Campi Flegrei tremano da anni e lo Stato discute ancora: a quando le risposte concrete?
di Lucio Aquilina
Josi Della Ragione, sindaco del comune di Bacoli, ha detto: “Io sto con i farisei”, rispondendo al ministro Musumeci, che lo accusava di doppiezza, “perché faccio il sindaco, perché sono flegreo, perché sto con la gente senza casa e senza acqua”. Ecco, io sto con il sindaco.
La vicenda dei Campi Flegrei racconta una storia semplice: un territorio che trema da anni e uno Stato che discute ancora sui percorsi decisionali. Lo stesso Musumeci ha ammesso alla Camera che oggi non esiste un soggetto incaricato di coordinare gli interventi, perché lo stato di emergenza nazionale non è stato dichiarato. Intanto aumentano le crepe, gli sgomberi e gli sfollati, ormai quasi 1.700.
Il territorio flegreo non deve aspettare la prossima scossa per denunciare una politica fatta soprattutto di annunci. La logica del progetto di intervento presenta limiti ormai evidenti. Sono trascorsi anni e gli interventi individuati come prioritari sono ancora in fase di progettazione e attuazione. L’ultima scossa ha colpito anche le scuole, che dovevano essere il primo intervento di messa in sicurezza.
Si finanziano le ristrutturazioni solo dopo i danni e manca una strategia di prevenzione. Si sarebbero potuti incentivare i privati a mettere in sicurezza gli immobili, individuare quelli più resistenti e favorire il trasferimento delle famiglie dagli edifici più vulnerabili, invece di intervenire solo a posteriori. Sarebbe servita, e serve ancora, una visione di lungo periodo.
Siamo in attesa della messa in sicurezza dei costoni tufacei che incombono su abitazioni e strade. Le lesioni aumentano mentre i fondi restano in gran parte bloccati da procedure ordinarie applicate a una crisi che ordinaria non è più. Mi risultano ristrutturazioni sospese per la mancata assegnazione delle risorse.
Anche le vie di fuga necessarie per evacuare 50.000 persone restano sulla carta: la bretella Cuma-ospedale (per bypassare Arco Felice Vecchio) e l’arretramento della stazione di Torregaveta (per allargare la litoranea/via di fuga verso Monte di Procida) non sono state realizzate: decine di migliaia di abitanti potrebbero non riuscire a evacuare.
C’è poi il tema della perimetrazione delle zone di intervento, rimasta ancorata ai dati dell’ottobre 2023, mentre il suolo dei Campi Flegrei ha continuato a sollevarsi, superando complessivamente il metro e sessanta centimetri. Un fenomeno in continua evoluzione viene affrontato con una fotografia statica. È quindi legittimo chiedersi se quei confini rappresentino ancora il rischio reale, soprattutto dopo la scossa del 31 luglio, che ha provocato danni anche oltre le aree individuate.
Abitazioni colpite dal bradisismo restano escluse dalle misure di sostegno perché esterne alla perimetrazione amministrativa. Come se le onde sismiche potessero limitare i danni alla sola zona di intervento prevista dai decreti. Fenomeno unico al mondo.
Il Governo rivendica gli stanziamenti già previsti e un programma che promette di superare il mezzo miliardo di euro. Ma le risorse, da sole, non consolidano un costone, non realizzano vie di fuga, non rafforzano gli edifici più vulnerabili e non restituiscono una prospettiva alle famiglie costrette ad abbandonare la propria casa. Si continua a offrire un contributo per l’affitto, mentre manca un vero piano strategico di medio e lungo periodo.
Chi amministra un territorio che vive ogni giorno nell’incertezza del bradisismo non può accontentarsi delle dichiarazioni rese al termine di un vertice romano. Deve poter riportare a casa cantieri aperti, costoni messi in sicurezza, vie di fuga completate, un piano concreto di rafforzamento del patrimonio edilizio e un progetto complessivo di assistenza alle popolazioni costrette a lasciare le proprie case.
Finché la distanza tra gli annunci e le opere resterà così ampia, sarà sempre più difficile chiedere ai cittadini dei Campi Flegrei di credere in un progetto che, senza interventi concreti e complessivi, rischia di sgretolarsi insieme agli edifici.