La storia sta assumendo i contorni di una fiction alla Dallas più che della più grande impresa di occhiali del mondo. Ma c’è qualcuno interessato alla signora Nicoletta Zampillo e alle sue aspettative sul patrimonio del marito? Il rischio è quello di sottovalutare i veri problemi: la crisi nel governo di un’azienda dove il 38% delle azioni è in mano al mercato e, ancora una volta, il danno reputazionale alla nostra cultura d’impresa.

Ripercorriamo la storia brevemente. In agosto l’ad Andrea Guerra lascia l’azienda per divergenze sulla strategia e riceve una congrua buonuscita giustificata dalla storia decennale di crescita. All’età di 79 anni Leonardo Del Vecchio, fondatore e azionista di controllo con il 62% circa delle azioni, riprende le redini e lancia una struttura manageriale policefala. A qualcuno è sembrato normale, ma era il prologo della crisi. Un mese dopo Enrico Cavatorta nominato ad, 15 anni in azienda e figura di rassicurazione per i mercati finanziari, lascia anche lui per la presenza ingombrante di un consulente vicino alla famiglia. Sconcerto sui mercati, Citigroup decide un downgrading del titolo; gli investitori puniscono il titolo Luxottica che perde in un giorno circa il 9% e in un mese ha lasciato il 10% del suo valore. Un danno di due miliardi.

Milano Finanza suggerisce al Cavalier Del Vecchio di ricomprarsi le azioni sul mercato della sua creatura e delistarla. Sarebbe una mossa costosa ma coerente. Infatti la maggioranza degli imprenditori che porta l’azienda in borsa, pur avendola aperta agli investitori istituzionali e ai piccoli risparmiatori, continua a pensare che le decisioni siano un fatto privato. La nostra comunità degli affari non riesce a praticare concretamente i principi chiamati con un termine elegante Corporate Governance, che campeggia in tutte le relazioni annuali agli azionisti e agli investitori. Nata in Gran Bretagna la parola implica ruoli e comportamenti coerenti per garantire tutti gli interessi in gioco intorno ad un’azienda quotata. In particolare i consiglieri di amministrazione indipendenti portano questo nome perché dovrebbero essere indipendenti dal management e dall’azionista di controllo: una garanzia per gli azionisti di minoranza del buon funzionamento. Nel cda Luxottica gli indipendenti, che pure sono in maggioranza, non sembra che abbiano espresso una linea alternativa all’azionista Del Vecchio: solo uno si è dimesso in segno di dissenso. Infine dov’è la Consob? Nel 2011, intuendo i rischi derivanti dalla crisi di un vuoto improvviso al vertice di una società, aveva chiesto alle aziende più grandi come Luxottica di dotarsi di un piano di successione. Non se ne vede traccia, salvo quello che era nella mente del “padrone”.

Certo non stiamo parlando della Sai di Ligresti, della Parmalat di Tanzi o del Monte dei Paschi ma da lontano, dall’estero, gli alberi si assomigliano. E gli investimenti non si attirano con la limitazione dell’articolo 18.

 

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