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Contro il capitalismo straccione, serve uno Stato attivo. Politiche industriali per un programma progressista (di Giovanni Dosi)

Edilizia popolare, regolamentazione dell'Ai, salute e contrasto al cambiamento climatico. Ecco le missioni di cui deve occuparsi una futura tecnocrazia pubblica - L'ANALISI
Contro il capitalismo straccione, serve uno Stato attivo. Politiche industriali per un programma progressista (di Giovanni Dosi)
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[Pubblichiamo l’intervento di Giovanni Dosi, uno dei più eminenti economisti ed esperti di economia dell’innovazione italiani. È Professore Emerito di Politica Economica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove ha a lungo coordinato l’Istituto di Economia.]

Ci sono molti danni che la metastasi neoliberale ha prodotto nelle culture e nella politica delle società occidentali. Uno di questi è l’idea che il “mercato” ha una sorta di effetto taumaturgico sulle economie e ci fa vivere nel migliore dei mondi possibili (“la magia del mercato”, mentre “lo Stato è il problema non la soluzione” come diceva quella cima intellettuale che era Ronald Reagan). E la magia ci ha regalato una riduzione della crescita di tutti i paesi occidentali e diseguaglianze nella distribuzione del reddito che non si vedevano da centocinquant’anni.

Il grosso guaio è che anche le cosiddette “sinistre” ci hanno creduto con l’entusiasmo dei neofiti. Simmetricamente, la stessa parola politica industriale è diventata fino a tempi recenti un tabù impronunciabile. Recentemente è tornata rispettabile, ma solo nell’accezione à la Draghi di politiche per la “competitività”, o l’“autonomia strategica” in senso anti-cinese, o ancora peggio per fare bislacche politiche di riarmo contro una immaginaria minaccia russa.

Per cominciare a riflettere seriamente sul ruolo dello Stato nell’economia, qualsiasi prospettiva progressista deve cominciare con il riconoscimento di una sorta di “peccato originale”: la privatizzazione dell’industria pubblica per “pochi soldi, sporchi e subito”, che non è certo stata fatta dalla destra. E questo ha anche distrutto un patrimonio unico di competenze tecnologiche ed organizzative che è stato al cuore dell’impressionante performance italiana nel Secondo Dopoguerra, per sostituirlo con un capitalismo privato straccione e senza soldi che, per più di quarant’anni ormai, ha prosciugato e svenduto i gioielli di famiglia (si pensi a quello che è successo a Telecom che era un leader mondiale dopo che è finita nelle mani dei cosiddetti ‘capitani coraggiosi’) e succhiato infiniti soldi al contribuente (l’ex-Ilva è un esempio credo ineguagliabile). Detto questo, rivediamo i ruoli che lo Stato può e deve svolgere nell’economia.

I confini tra mercato e attività pubbliche

Come ho già accennato nel precedente intervento, la filosofia neo-liberista ha implicato un’estensione del mercato ad ambiti che almeno in linea di principio venivano, giustamente, considerati prerogativa del pubblico, trasformando quelli che sono diritti universali in merci con una domanda e un’offerta, dalla sanità all’educazione, al welfare incluse le pensioni. Un primo ruolo fondamentale dello Stato è ricacciare indietro questi confini. Nei primi trent’anni del Secondo Dopoguerra, periodo caratterizzato dal più alto tasso di crescita della storia moderna, nella maggior parte dei paesi occidentali era dato per scontato che vivessimo in economie miste, nelle quali lo Stato aveva quantomeno un ruolo di indirizzo almeno nei settori strategici, che allora includevano energia, industrie pesanti (acciaio, ecc), aeronautica, trasporti, elettronica, industria militare (nei paesi in cui era permessa). Ed in alcuni paesi, tra cui l’Italia, c’era anche una partecipazione diretta, proprietaria, alla produzione. Tutto ciò viene meno dagli anni 80. Ma questo ennesimo arretramento del pubblico ha significato anche che la decisione sui settori, le tecnologie, le localizzazioni in cui investire viene lasciato esclusivamente alle imprese private che inevitabilmente inseguono le opportunità di profitto. E queste dinamiche non corrispondono quasi mai al maggior interesse sociale (anzi ci sono fior di dimostrazioni, che illustrano quanto questa corrispondenza sia implausibile).

Oggi le redivive politiche industriali devono riscoprire il ruolo pubblico nel governo della produzione, investimento e innovazione nei settori “strategici”, che si badi bene includono ma non si limitano ai settori ad “alta tecnologia”. E questo deve avvenire, primo, attraverso progetti, cioè missioni, nelle quali è il pubblico che specifica gli obiettivi da raggiungere e gli attori privati sono remunerati, anche lautamente, ma in funzione dell’attivo perseguimento di questi obiettivi. Farò più sotto alcuni esempi di missioni oggi urgenti. Però, è essenziale specificare cosa sono e cosa non sono queste missioni. Esempi, giustamente, molto citati sono il progetto Manhattan che ha condotto alla bomba atomica americana, ed il progetto Apollo per portare l’uomo sulla luna, ma lo sono anche il progetto anglo-franco-tedesco che ha portato alla costruzione dell’Airbus, o il piano giapponese di catching-up(cioè di raggiungimento della frontiera tecnologica internazionale) nei semiconduttori e la microelettronica.

Invece non sono progetti/missioni gli incentivi a pioggia così diffusi in Europa e in Italia. Sono costosi per le finanze pubbliche e servono solo a rimpinguare i profitti di imprese che fanno quelle attività di ricerca che avrebbe fatto in ogni caso. Ed un esempio ancora più eclatante e scandaloso di non-progetto è il cosiddetto Piano Covid dell’Unione Europea nel quale in buona sostanza le autorità pubbliche dicevano alle case farmaceutiche “dimmi quello che vuoi e te lo darò, o anche di più, poi quello che farai lo lascio al tuo buon cuore…”! Uno scandaloso spreco di risorse pubbliche per di più largamente secretato.

C’è un bizzarro paradosso qui. Si riversa uno spropositato ammontare di risorse alle imprese essenzialmente senza condizionalità (‘te li do solo se fai x, y, z…’), quando invece le condizionalità sono al cuore delle missioni, mentre si mette un rosario di condizionalità sui pochissimi soldi che vengono allocati alla ricerca scientifica (collaborazione con le imprese, utilità sociale, controlli burocratici asfissianti…) quando invece questa dovrebbe essere per larga parte non-condizionale (guidata essenzialmente dalla curiosità di capire il mondo). Secondo, le politiche industriali implicano quando necessario anche l’intervento diretto dello Stato non solo nelle attività di ricerca ma anche quelle produttive, via joint-venture pubblico-privato o anche la formazione di nuove imprese pubbliche, quando non esistono adeguate capacità tecnologiche in una qualsiasi attività innovativa ‘strategica’.

Terzo, l’intervento pubblico nelle aziende, spesso gioielli tecnologici (es. Magneti Marelli, COMAU, e parecchie altre), in vendita sui mercati internazionali, o in fase di ridimensionamento/ liquidazione anche quando profittevoli perché non funzionali alle logiche di profitto delle multinazionali loro proprietarie, è essenziale al mantenimento in Italia di preziose capacità tecnologiche e produttive. Si pensi all’ex-ILVA, Elettrolux, Stellantis, GKN e molte altre. Si badi, non sono solo interventi, seppur doverosi, di salvaguardia dell’occupazione. Le imprese non sono solo insiemi di lavoratori che si possono spostare a piacimento secondo le condizioni di mercato del momento. Sono insiemi organici di capacità cognitive e manuali difficili da accumulare e facili da distruggere. Quando si liquida un’impresa non si distruggono solo posti di lavoro, ma si impoverisce il paese di capacità di produrre efficientemente ed innovare, con l’obiettivo semplicemente di produrre da un’altra parte le stesse cose, spesso peggio, ma ad un costo più basso.

Quarto, le stesse misure sociali che ho discusso nel precedente intervento rappresentano implicitamente potenti strumenti di politica industriale. Si prendano ad esempio le politiche di “flessibilizzazione” dei salari e delle condizioni di lavoro, dal famigerato accordo sulla “concertazione” del 1993, fino ai provvedimenti Treu, Biagi ed al Job Act. E’ chiaro che hanno avuto un potente effetto contro i lavoratori, ma, cosa meno ovvia, hanno avuto anche un potente effetto anti-industriale, perché hanno tolto progressivamente ogni pressione all’innovazione, l’automazione, il perseguimento di economie di scala, l’ammodernamento dell’apparato produttivo. Altro che flex-security: hanno permesso ad imprese inefficienti di prosperare grazie a lavoro mal pagato, precario, e lavoro nero. Cioè il contrario del mantra dominante, non è che i salari sono cresciuti poco o addirittura diminuiti perché la produttività non è cresciuta, invece è la produttività che non è crescita anche perché i salari hanno languito.

Alcuni esempi di urgenti progetti/missioni

1. Arrestare il cambiamento climatico
È il primo obiettivo che balza agli occhi. Non ci sono incentivi, carbon-tax, ecc che tengano. Non sono affatto sufficienti. Sono necessari e urgenti programmi pubblici per una accelerata transizione verso fonti di energia non-fossile – come il solare e l’eolico – ma anche una ambiziosa missione per l’innovazione e la produzione di idrogeno autenticamente verde(cioè non ottenuto a sua volta da fonti fossili).

2. Rimettere in mano pubblica il governo delle direzioni di ricerca per la cura della salute.
Nell’assetto attuale della ricerca farmaceutica a livello internazionale, buona parte della ricerca “di base” viene fatta in istituzioni pubbliche(università, centri di ricerca, ecc), in gran parte – giustamente – pagate dal contribuente. Poi però i risultati più promettenti in termini di applicazioni terapeutiche vengono trasferiti/appropriati dall’industria privata (Big Pharma e nuove imprese biotech), che decidono quali direzioni di ricerca perseguire – chiaramente motivate dalle prospettive di profitto e non dalle urgenze medico-sociali – ed alla fine fanno di nuovo pagare ai cittadini le nuove terapie a prezzi stratosferici, generalmente svincolati dal qualsiasi costo incorso nella loro scoperta e sviluppo. Il risultato è una esplosione delle rendite delle case farmaceutiche ed un drammatico sotto-investimento in aree come vaccini (fino alla bonanza del COVID), nuovi antibiotici, malattie degenerative “difficili” come l’Alzheimer.

È proprio in queste aree – assieme alle terapie oncologiche – che è urgente costruire ambizioni progetti pubblici /missioni i cui risultati debbono essere svincolati da asfissianti rendite da proprietà intellettuale. Solo così sarà possibile garantire l’accesso universale ad una medicina sempre più “personalizzata” e costosa. Certo, la soluzione non può essere solo nazionale, ma per ripetere il punto già fatto nel precedente intervento, dire “dovrebbe farlo l’Europa” è un’ottima maniera per gettare la palla in tribuna, non fare niente e sentirsi la coscienza in pace.

3. Organizzare un controllo, pubblico e neutrale, sulla gestione dell’informazione e specialmente dell’Intelligenza Artificiale.
Siamo tutti coscienti del fatto che stiamo entrando in una fase dello sviluppo socio-economico inesplorata e per molti versi molto inquietante, caratterizzata dalla possibilità di andare verso una sorta di tecno-feudalesimo con una piccola oligarchia che controlla e manipola non solo l’informazione ma le nostre stesse vite. Questo non può essere fatto semplicemente con qualche regolamentazione, seppur necessaria. Ma è come curare un tumore con l’aspirina. La missione, ambiziosa e molto difficile, implica la costruzione, essenzialmente dal nulla, di almeno un operatore pubblico alla stregua di Meta, X, o Anthropic e di un cloud europeo. Qui certo le dimensioni della sfida sono sovranazionali, ma un governo progressista può prendere l’iniziativa per un gruppo di “volonterosi”. Se è possibile a qualche Stato organizzare un’armata Brancaleone “armiamoci e partite” per l’Ucraina, è sicuramente possibile prendere l’iniziativa per questo tipo di missione.

4. Rigenerare le nostre città anche con un esteso piano di edilizia popolare.
Circa di sessant’anni fa, in una Italia ben più povera, il cosiddetto ‘Piano Fanfani’ diede una casa decente alla maggioranza degli italiani. Oggi, quarant’anni di “magia del mercato” ci hanno regalato la gentrificazione delle città, con l’espulsione dei normali lavoratori verso le periferie, con il loro degrado, lotte tra poveri per abitazioni popolari inesistenti, assenza di servizi pubblici e senso di paura e insicurezza. Un generalizzato piano edilizio per case popolari, scuole, servizi sociali e ospedali, non è affatto “high tech”, ma è addirittura più importante. E’ essenziale per il benessere sociale, e specialmente per quella maggioranza della popolazione cui è stato raccontato per troppo tempo che il “noi” (operai, lavoratori) e “loro” (i capitalisti, gli sfruttatori) non esistono più, che se si sono impoveriti è colpa loro perché sfigati, e allora hanno aderito a bislacche identità sociali nelle quali il “noi” sono i “veri italiani”, “veri americani” ecc e “loro” sono i “diversi”, gli immigrati, i neri (nel senso del colore della pelle), i gay, i comunisti (? dove sono ?)…

Ma con che soldi?

Quella è la solita solfa, “sarebbe bello, ma non ci sono i soldi”. Beh, i soldi ci sono.

Primo, buona parte dei progetti riguardanti il governo dell’informazione possono essere finanziati facendo finalmente pagare le multinazionali stesse dell’informazione con imposte sui redditi generati localmente (è troppo facile eludere sui profitti, trasformandoli per esempio in costi derivanti dalla proprietà intellettuale, trasferiti immediatamente in Irlanda, nelle isole caraibiche, ecc).

Secondo, grazie a Dio, abbiamo ancora alcune grandi imprese nelle quali la partecipazione dello Stato è rimasta significativa (Eni, Enel, Leonardo, ST Microelettronics…). Usiamole come attori strategici e non come semplici vacche da mungere.

Terzo, è noto quanto le banche italiane siano conservatrici e alla fine siano disposte a finanziare solo chi non ne ha bisogno. Questo rende ancora più urgente l’uso di una rafforzata Cassa Depositi e Prestiti come Banca dello Sviluppo, che contribuisca a finanziare i progetti/missioni di cui abbiamo parlato sopra, ma anche, più in generale, le nuove imprese e spin-off più promettenti. Oggi la sua gestione tenta largamente di scimmiottare i fondi di investimento privati, quasi mostrando un senso di colpa per essere ancora pubblica. Rovesciare questo indirizzo strategico non costa niente, mentre farebbe solo molto bene alla crescita.

Quarto, ma non ultimo per importanza, una parte significativa del risparmio privato italiano è gestito forzosamente dallo Stato e spinto follemente sui mercati internazionali. Semplificando molto, i contributi pensionistici integrativi ed il TFR dell’impresa X vengono spinti attualmente dallo Stato verso fondi pensione privati e di categoria che a loro volta li mettono in parte in un fondo di investimento Y, tipicamente americano, il quale a sua volta mette i soldi dove i rendimenti sono più alti, per esempio imprese della Silicon Valley. Ma questi fondi sono autenticamente internazionalisti e possiedono una quota significativa nelle imprese di una buona parte del pianeta (eccetto la Cina). Quindi, meglio che ci vada, il TFR in questione finanzia imprese fuori dall’Italia. Ma può anche succedere che nelle sue strategie di perseguimento dei massimi rendimenti, valuta che in Italia proprio l’impresa X sia “sottovalorizzata”. La acquisisce, ne fa uno spezzatino e magari la chiude. Il caso GKN è esemplare. Il risultato ultimo è che lo Stato ha spinto i lavoratori ad investire i risparmi di una vita nel proprio killer!

C’è una alternativa ovvia: incanalare i contributi pensioni ed i TFR in un Fondo Pubblico, che investa soprattutto in imprese in Italia, e offra un rendimento sicuro, garantito dallo Stato, uguale al tasso di inflazione più il tasso di crescita dell’economia. Per decenni, Enti Previdenziali come l’Inps hanno investito nell’edilizia residenziale in Italia. Non si vede perché non possano a tornare ad incanalare il risparmio forzoso degli italiani nella nostra crescita.

Ma chi realizza tutto questo? Questo è un punto cruciale. Qual è l’attore pubblico che si fa carico di gestire tutto questo? Se il lettore arrivato a questo punto della lettura ha anche una vaga conoscenza per esempio del Ministero delle Attività Produttive e del Made in Italy (?!?) gli scappa da ridere. Dal ministro in giù, sarebbe patetico affidare persino l’amministrazione di un condominio. Occorre ricostruire una tecnocrazia pubblica, rispettata e pagata dignitosamente a tutti i livelli, che non funzioni però su alcun incentivo monetario, ma sul merito nel perseguimento degli obiettivi appunto pubblici per la quale esiste. Cioè il contrario di ciò che è stato fatto negli ultimi cinquant’anni, ed anche con il PNRR, elaborato da oscuri burocrati senza competenze e da ragazzini delle società di consulenza.

Dobbiamo adottare una prospettiva autenticamente emergenziale. E appunto come per una guerra o una ricostruzione, mettere insieme, in fretta, le competenze per avere successo. Ed in Italia ci sono: nelle imprese ancora pubbliche, nelle scuole ed università, nell’amministrazione pubblica stessa.

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