Andrea Guerra ha lasciato Luxottica con una buonuscita complessiva di circa 45 milioni di euro, dopo aver esercitato negli ultimi due anni stock option e stock grant per almeno altri 70 milioni, cioè ha venduto azioni o esercitato opzioni che aveva ricevuto dall’azienda come parte della retribuzione. È legittimo indignarsi per questi compensi? O è da ingenui perché si tratta della “giusta” retribuzione a un manager di riconosciuta capacità? Un importante amministratore delegato italiano sosteneva: “Lo stipendio di Guerra è giustificato dal mercato, l’azionista di controllo, Leonardo Del Vecchio, deve pagarlo così tanto perché è fondamentale per i destini dell’azienda e perché i concorrenti sono pronti a strapparglielo”.

Il mercato fissa il prezzo, non c’è etica che tenga. Peccato che i grandi manager che giustificavano i propri super-stipendi sostenendo di essere indispensabili non si siano rivelati tali: Alessandro Profumo ha lasciato Unicredit nel 2010 con una buonuscita da 40 milioni di euro, ma non ha più trovato un lavoro pagato altrettanto. È andato a fare il presidente del Monte Paschi, gratis. Paolo Scaroni è stato congedato dall’Eni con oltre 8 milioni, ma non pare conteso sul mercato internazionale.

Il caso Luxottica offre altri spunti: Del Vecchio ha sostituito il manager superstar con due dirigenti di seconda linea, fino a ieri sconosciuti alle masse, Enrico Cavatorta e Massimo Vian, che di certo guadagneranno stipendi con qualche zero in meno di Guerra. Il quale, prima di andarsene, ha esercitato il grosso delle stock option. Che quindi hanno mancato il loro obiettivo, cioè allungare la prospettiva del manager, rendendolo responsabile di scelte che hanno un impatto sull’impresa anche dopo la fine del suo mandato. Altro elemento: Del Vecchio, azionista di controllo con il 61, 35 per cento ma non proprietario assoluto, ha spiegato al Sole 24 Ore che una delle ragioni di contrasto con l’ad era la riforma della governance. Del Vecchio voleva coinvolgere ai vertici dell’azienda i figli, Guerra preferiva comandare da solo.

Morale della vicenda Luxottica: gli stipendi a sette zeri non sono dettati dal mercato o dal talento dei manager. Rispecchiano i rapporti di forza contingenti dentro un’azienda, dimostrano che in grossi gruppi quotati dove i costi sono spalmati su tanti piccoli azionisti si può arraffare molto, in maniera perfettamente legittima e senza che nessuno protesti. Dunque, perché non farlo? Ma appena cambia il clima, il manager strapagato viene congedato, con qualche altra milionata e sostituito da uno più economico. La differenza di talento spesso non si percepisce. Quindi indignarsi per gli stipendi di Guerra è lecito. Soprattutto per i piccoli azionisti di Luxottica.

Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2014