È l’ultima pagina (per ora) di una storia iniziata quasi cinquecento anni fa, nel 1540, in Austria. La storia di una vera e propria dinastia, quella dei Wührer. Che nel 1829 a Brescia fondarono la prima fabbrica di birra di quella che di lì a poco sarebbe diventata l’Italia. Un filo che sembrava essersi interrotto, bruscamente, nel 1988 quando la Wührer S.p.A. venne ceduta alla Peroni, che ne tenne vivo il marchio (tuttora presente sui banchi della grande distribuzione), chiudendo però quella che in città più che una fabbrica era un’istituzione.

Ventisei anni più tardi a riconciliare il nome Wührer e la birra è Federico, uno degli ultimi discendenti di questa famiglia che per gli amanti di malto e luppolo può considerarsi a tutti gli effetti una nobile casata. Stimato professionista nel campo del marketing, Federico Wührer non ha saputo (né ha voluto) resistere al richiamo della tradizione, creando dal nulla un nuovo marchio di birra artigianale. Nel 2010, dopo la scomparsa del padre Cesare, iniziò a pensare in maniera sempre più insistente ad affiancare alla sua attività lavorativa qualcosa che potesse aiutare a tenere viva la memoria del papà e delle consuetudini familiari.

“L’idea arrivò – ci racconta al telefono – a poco a poco, circa un anno dopo la morte di mio padre. Per un po’ è rimasta allo stato embrionale, confinata nei pensieri notturni, poi mi sono messo in moto”. Wührer inizia coinvolgendo amici e parenti, prima di dare vita a una struttura più articolata. Le prime etichette della sua creazione sono datate giugno 2013. Sopra si può leggere il nome scelto per questa piccola produzione artigianale: WCesar, da leggere come Viva Cesar(e).

“Abbiamo – spiega ancora Federico Wührer – tre diverse qualità, tutte non filtrate e non pastorizzate. La principale è la Pils, il prodotto base, una birra ‘da tavola’ potremmo dire, a bassa fermentazione, molto beverina, con un retrogusto amarognolo per via dell’utilizzo dei luppoli. C’è poi la Saison, realizzata con malto di frumento e malto di orzo, con un gusto più dolce e tondo, dovuto anche all’aggiunta di fiocchi d’avena; è ispirata a una ricetta belga e in qualche modo richiama le Weizen. È un tipo di birra per il quale specie all’estero c’è molta passione, che viene spesso consumata anche prima del pasto, come aperitivo. Infine c’è la Blonde, birra più corposa (7% vol), a doppio malto, pensata per abbinamenti con piatti particolari”. 

La nascita della WCesar arriva in un momento in cui, in Italia, c’ stato una crescita esponenziale delle birre artigianali e dei micro-birrifici. “Io personalmente – racconta Wührer – non amo i micro-birrifici, ma non per questo li critico. Sono un tradizionalista, in fatto di birra, tutte queste varietà al coriandolo o alla liquirizia mi fanno un po’ storcere il naso. Ma ben venga questo boom, anche se ho la sensazione che complice la facilità del procedimento qualcuno si sia un po’ buttato in questo settore. Io non faccio la birra, ho un mastro birraio molto bravo. Ma non tutti fanno così”.

“Se ne parla tanto – prosegue -, si è creata una certa attenzione. Sempre più persone si interessano e lo fanno in maniera diversa, approfondita, attenta. Le grandi marche fanno pubblicità, non cultura; con le birre artigianali il consumatore cerca soprattutto una soddisfazione palatale, se poi c’è un prodotto che – come il nostro – ha una storia da raccontare, questo rappresenta sicuramente un valore aggiunto”.

Nel futuro della WCesar, dopo lo sbarco a Milano degli inizi di ottobre, cosa c’è? “Per adesso restiamo fedeli alle nostre tre qualità, ma prossimamente potremmo provare qualcosa di meno tradizionale, come ad esempio una IPA (India Pale Ale, ndr). Anzi qualche esperimento in questo senso c’è già”. idee chiare anche sulla distribuzione commerciale dei prodotti: “Le nostre birre non andranno mai nei supermercati, non è il nostro obbiettivo. La birra si può bere in qualche locale o acquistare attraverso un’azienda del bresciano, la Bonometti, che un po’ come noi fa la stessa cosa da anni. Mi piace anche che si sia questa comunanza con i partner”. 

E papà Cesare, quale WCesar avrebbe preferito? “Credo la Pils, era una persona di gusti semplici. Ma le berrebbe tutte, era curioso, me lo ricordo da quando viaggiavamo assieme. E poi, insomma, queste birre si chiamano come lui!”.

di Fabio Pisanu

www.puntarellarossa.it 

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